Il tramonto del made in

Durante la sua relazione in occasione del recente congresso Stampi & Co., il Direttore dell’Unione dei costruttori italiani di stampi e attrezzature di precisione (Ucisap), Giovanni Corti, aveva messo in luce come, dopo aver dimostrato una eccellente capacità di reazione alla crisi, la manifattura italiana debba prepararsi a «un nuovo orizzonte tecnologico e socio-politico». Il nuovo orizzonte è con tutta probabilità già ben più concreto e attuale di quanto non si pensi, secondo l’argomentazione del professor Fabio Sdogati, docente di economia internazionale presso il Politecnico di Milano. La parola chiave è frammentazione e questo è il fenomeno che forse ha maggiormente impattato la produzione (non solo) italiana degli ultimi decenni, con effetti più significativi di quelli dell’off-shoring. «Più che di una quantificabile delocalizzazione dei processi produttivi si deve parlare della loro frammentazione», è l’opinione di Sdogati; e una simile presa di coscienza porta con sé conseguenze ulteriori e notevoli. Perché implica che le varie parti di un manufatto – si pensi a un comunissimo smartphone – siano oggi realizzate in più regioni del mondo distantissime l’una dall’altra; e infine assemblate in un unico stabilimento. Cioè a dire che l’idea stessa del made in è in discussione e le filiere sono divenute inevitabilmente e irreversibilmente non solo global ma pure se non soprattutto orizzontali, trasversali, così come i processi produttivi. Lo stampo è un esempio classico del paradigma, che interessa in primo luogo i semilavorati e i prodotti intermedi, ma più in generale le stime dicono che «per ogni 100 euro di valore aggiunto esportato dal nostro Paese, 30 sono in realtà generati da semilavorati importati». Filiere globali coincidono con problemi globali: i dazi ne sono una chiara dimostrazione. Perché con l’obiettivo di proteggere alcune parti della supply chain finiscono per ostacolarne altre con il risultato di innescare un evidente quanto pericoloso rallentamento dell’economia. Dopo il referendum pro-Brexit la Gran Bretagna sta già subendo ripercussioni economiche notevoli e questo dovrebbe suggerire che «la de-liberalizzazione» conduca a esiti gravi. Se i grandi leader politici ed economici non torneranno sui loro passi, però, la risposta delle imprese italiane non può che passare per la diversificazione dei territori di attività e sbocco. «Identificare nuovi mercati stabili e inserirsi in filiere internazionali», secondo Fabio Sdogati.

 

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