Formazione, conosciamo meglio i Pcto

Si chiamano Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) e sono a tutti gli effetti gli eredi dell’alternanza scuola lavoro. Ma dal loro debutto nel 2015 sono spesso stati criticati perché secondo alcuni così come sono strutturati difficilmente potranno colmare lo iato tra la formazione scolastica e il lavoro aziendale.
Ma c’è chi non è d’accordo come Giuliano Bai, docente e referente per i Pcto dell’IIS Da Vinci di Carate Brianza (MB). «Anche perché se c’è una chiara intesa tra scuola e azienda la Pcto funziona e bene. Certo non è un obiettivo sempre semplice da raggiungere, specie se una scuola deve gestire un numero consistente di ragazzi. In questo caso, infatti, deve avere il tempo di sedersi al tavolo con diverse aziende a discutere su cosa fare, fissare gli obiettivi da raggiungere, come organizzare i percorsi. E il tempo spesso manca».

Giuliano Bai

Dunque?
In genere viene fatto un progetto di carattere generale e poi, per non blindare troppo l’iter,si lascia all’azienda massima libertà di gestire i ragazzi in quei 15 gg estivi o invernali che passano sul posto di lavoro. Ma se ben pensato il percorso dà soddisfazione a tutti i soggetti interessati: istituti scolastici, azienda e ragazzi. E riserva anche delle belle sorprese nel senso che ci sono ragazzi che a scuola fanno fatica a raggiungere i risultati e che poi in azienda rivelano appieno il loro talento.

Cosa si dovrebbe fare per migliorare l’esperienza degli studenti in azienda?
Occorrerebbe maggior pazienza e tempo sia da parte delle Istituzioni scolastiche sia da parte delle aziende in modo da fissare obiettivi comuni e progettare nel dettaglio i percorsi migliori per raggiungerli. Ma Il carico sugli insegnanti che si occupano di Pcto è già molto importante e lo stesso vale per le aziende che danno la loro disponibilità. Anche perché va considerato che non è certo il loro core business, soprattutto di questi tempi…

Sono molte le aziende della vostra zona che ospitano questi percorsi?
Si diverse hanno dato la loro disponibilità, tra queste Giurgola Stampi di Capriano di Briosco (MB), con la quale da qualche anno abbiamo avviato una costruttiva collaborazione.

Come sono strutturati questi corsi?
Dipende. Per i ragazzi del terzo anno in genere informiamo l’azienda su quelle che sono le competenze maturate dagli studenti a scuola durante l’anno in modo che vengano poi approfondite in azienda in diversi ambiti a rotazione: produzione, attrezzeria, disegno tecnico ecc. Diverso è il discorso invece per le classi quarte e quinte. Quest’anno, per esempio, abbiamo agganciato un paio di aziende strutturate che hanno avuto la possibilità di ospitare gruppi di 6 studenti che hanno avuto modo di conoscere da vicino più aree: logistica, progettazione, manutenzione ecc. Una bella occasione per gli studenti, che infatti ne sono stati entusiasti.

Quali consapevolezze maturano i ragazzi durante un percorso così strutturato?
Capiscono che la scuola non è in grado di formare a 360° e che l’esperienza sul campo è fondamentale per completare le competenze. Insomma imparano a imparare.

Esempi esteri a cui fare rifermento?
Quello tedesco è indubbiamente interessante. Il loro modello di “formazione duale” prevede che i ragazzi, a partire dai 15 anni, trascorrano un terzo del tempo a scuola e i rimanenti due terzi in un’impresa con un contratto di apprendistato. Gli studenti-apprendisti nell’impresa vengono seguiti e formati dai tutor, che prima di diventare tali devono aver maturato 5 anni di esperienza e seguito un corso speciale della durata di 1 anno. Ma avere una scuola più pratica che teorica anche in Italia implicherebbe rivedere tutto il percorso educativo del triennio.

Intervista a cura di Nadia Anzani