Lo skill gap dei giovani nel manifatturiero

Massimiliano Annoni

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skill gap

Che rapporto hanno i giovani con il settore manifatturiero delle lavorazioni meccaniche?

Le aziende avvertono il cosiddetto skill gap, cioè il divario tra le competenze richieste nell’industria manifatturiera attuale e l’esperienza e/o le competenze disponibili all’interno delle aziende o nel mercato del lavoro.

Alcuni piani nazionali italiani come il Piano Nazionale Industria 4.0 del 2016, il Piano Transizione 4.0 del 2020 e il Piano Transizione 5.0 del 2024-2025 sono stati importanti per accelerare il processo di digitalizzazione e automazione delle imprese, finanziando rispettivamente macchinari interconnessi, robotica, big data, Internet of Things (IoT), additive manufacturing, sostenibilità, formazione, ricerca e sviluppo e, infine, una migliore gestione efficienza energetica in produzione.

È proprio sui temi come digitalizzazione, Internet of Things, uso di software CAM e simulazione, gestione dei dati, fino ad arrivare all’intelligenza artificiale che le aziende hanno il maggior bisogno di competenze. Questa è la sfida più importante che il settore manifatturiero sta affrontando attualmente.

Lo skill gap e la percezione delle nuove generazioni

Questa premessa è utile per chiederci ora come stiano reagendo le nuove generazioni, e in particolare la generazione Z dei “nativi digitali” (5), a questo periodo oltremodo complesso.

L’articolo non vuole entrare nel merito di considerazioni sociali e psicologiche, tema molto dibattuto dagli esperti, ma si concentra sul rapporto dei giovani con il settore manifatturiero delle lavorazioni meccaniche.

Una prima considerazione è che questo settore non sia soltanto percepito male dalle nuove generazioni, ma alle volte non sia percepito affatto.

Credo che esistano delle ragioni storiche per cui non si senta parlare adeguatamente del settore manifatturiero nella società civile.

Se pensiamo all’Italia, le aziende sorte o risorte dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno avuto il grande merito di essere cresciute trascinando tutta la società.

Indipendentemente dal grado di studio degli imprenditori dell’epoca, tante aziende dimostrarono come, impegnandosi e mettendo a frutto le proprie capacità, si potesse avere successo.

Il successo è stato tale da portare l’Italia tra i paesi più industrializzati al mondo, cosa di cui usufruiamo ovviamente ancora oggi. Sebbene il nostro paese non sia dotato di risorse naturali rilevanti, le nostre aziende dimostrano come, occupandosi di trasformazione, si possa creare ricchezza e benessere.

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