Automotive, un valore da conservare

Il mondo dell’automotive stia cambiando, soprattutto per i subfornitori. Rispetto al passato c’è un’attenzione quasi maniacale ai costi, ma non solo: anche i tempi di consegna rivestono un’importanza sempre maggiore. Una tendenza che coinvolge anche il comparto del lusso.

È già difficile stabilire i confini dell’automotive dal punto di vista produttivo, figuriamoci individuare le cifre di questo settore, che, e questa è invece una certezza, di sicuro è uno dei più importanti per l’economia italiana. La filiera, infatti, è lunghissima e coinvolge il design, gli studi ingegneristici, la componentistica, l’elettronica e l’informatica, la motoristica, sino ad arrivare, ma è davvero la punta di un iceberg, alla produzione del manufatto finito, auto, moto o camion che sia. Del resto, materialmente i pezzi che compongono un veicolo sono centinaia e centinaia. C’è anche chi ha provato a contarli (in questo caso, la rivista online omniauto.it) arrivando a 1.500 pezzi (circa 200 per il telaio, 60 nel motore, 250 per gli interni, 70 componenti elettrici e così via), cifra che sale a 2.750 se nel conto ci si mette anche la minuteria. I mestieri coinvolti possono essere quantificati in una trentina: andiamo dai costruttori di diversi moduli (vetro, plastiche, sistemi elettronici, di sicurezza…) a tutta la componente “pesante” (fonderie, stampi, carrozzeria, motore, sterzo; insomma i componenti classici dei veicoli), per finire con tutta la parte che sta alla base della filiera: design, progettazione, sviluppo, testing, logistica… Ad occhio e croce stiamo parlando più o meno di 2.500 imprese in Italia, con circa ventimila addetti e un fatturato di oltre una quarantina di miliardi (per il 40% proveniente dall’estero), nonché, a loro volta, con una lunga catena di indotto di terzo livello. Basti pensare che un fornitore di un grande produttore – quale potrebbe essere il gruppo FCA – ne ha a propria volta un centinaio. Del resto, l’effetto moltiplicatore di un euro di valore aggiunto prodotto in questo settore, è almeno di due euro per l’intera economia nazionale. Non è quindi casuale che la grande crisi del 2008, alle origini della crisi della vendita degli autoveicoli, sia stata aggravata da quest’ultima, anche se non è certo questa l’unica spiegazione dei guai economici in cui versa mezzo mondo (anzi, ben di più di mezzo). E non è casuale nemmeno che la piccola ripresa attuale coincida con una fase di sviluppo del mercato che, nel nostro paese, si riflette anche per l’elevato contributo all’export (quasi il 5% di quello complessivo), in notevole crescita nel 2016, ultimo dato disponibile, rispetto agli anni precedenti.

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