Cultura e lavoro: a West Point sono impazziti?

Una corrente di pensiero oggi molto diffusa, basata peraltro su una serie circostanziata di dati e statistiche, vuole affermare che, oggi, ci sono titoli di studio che permettono ai ragazzi di ottenere rapidamente un buon posto di lavoro e altri titoli di studio che, al contrario, sarebbero in pratica un viatico sicuro per la disoccupazione.
Insomma, un ingegnere, con la sua familiarità con la matematica e la fisica, la sua capacità di programmare e quindi creare dei software, la conoscenza di buona parte dei processi industriali e tecnologici maturata durante lunghi anni di esami, è sicuramente più competitivo, agli occhi delle aziende, di un laureato in lettere o in filosofia.
Certo, la messe di dati che suffraga questa teoria è ampia e difficilmente contestabile e, dal non poter confutare oggettivamente questi dati all’affermare che la cultura umanistica sia oggigiorno “inutile” il passo spesso è breve.
Ma ne siamo così sicuri?
È la cultura umanistica, quella per intenderci che ci ha accompagnato fin dai tempi dell’antica Grecia a essere inutile, o siamo noi che non sappiamo più usarla?
Non è forse che siamo noi a voler ridurre la cultura a un mero “saper fare” dimenticando tutto ciò che di utile la cultura umanistica può offrirci, anche per migliorare l’efficienza e la competitività delle nostre aziende?

Niente di nuovo

Il problema non è recente e non è nato con la globalizzazione o con la rivoluzione industriale. Già Aristotele, quindi in piena epoca classica, aveva diviso le scienze in diverse categorie: le scienze teoretiche, quelle cioè che ci aiutano a capire il mondo, quali la filosofia, la fisica, la matematica e la geometria; le scienze pratiche, che ci aiutano nel nostro vivere quotidiano, quali l’etica e la politica e infine le scienze “poietiche”, o produttive. Quelle scienze che ci aiutano a “produrre” qualcosa: una scultura, un dipinto, una poesia, oggi potremmo aggiungere un bene o un servizio.
Platone non era da meno: nel suo celebre dialogo “La Repubblica”, quando elenca le conoscenze necessarie per governare la sua Polis ideale, cita anche la matematica e la geometria. Perché non è possibile governare senza un’educazione al rigore della logica formale insegnato dalle scienze esatte.

Dunque, secondo il filosofo ateniese, la logica formale non è confinata al mondo della progettazione, del calcolo, del dimensionamento, tipico degli ingegneri, ma serve anche a governare, a reggere uno stato.
Eppure, tornando a Platone, lui chiarisce anche un altro importante aspetto: lo studio, la cultura, sono inutili se non hanno un’applicazione pratica. E anche Aristotele lo afferma, più implicitamente, nella sua classificazione: le scienze non sono solo teoretiche, ma anche pratiche e poietiche, se no rischiano di rimanere un mero esercizio intellettuale.

Strumenti che non sappiamo più usare

E torniamo alla domanda iniziale: siamo sicuri che per fare andare bene un’azienda siano sufficienti solo conoscenze prettamente scientifiche e tecnologiche (quelle oggi chiamate materie STEM, vale a dire Science, Technology, Engineering, Mathematics)?
E la motivazione del personale? E la capacità di creare empatia col cliente? Di comprendere i suoi bisogni? Definire obiettivi e politiche aziendali, coinvolgere dipendenti collaboratori e stakeholders, creare passione per gli obiettivi sono tutti compiti strategici che richiedono qualità non solo tecniche, ma anche umanistiche.
Abbiamo relegato le materie umanistiche ai musei, alle aule dei licei, ai libri da leggere la sera prima di dormire.
E abbiamo dimenticato che per far funzionare un’organizzazione le equazioni da sole non bastano. Bisogna saper capire e gestire anche le aspirazioni e le emozioni delle persone.
Così abbiamo ingegneri competentissimi in scienza e tecnologia che hanno dovuto imparare sul campo l’arte della motivazione e del coinvolgimento delle persone e laureati in materie umanistiche che a malapena sanno risolvere un’equazione di secondo grado e hanno dovuto imparare da soli come analizzare dei dati in modo oggettivo.

A West Point sono impazziti?

Missili, droni, contromisure elettroniche… La Guerra oggi, si sa, è una faccenda eminentemente tecnologica.

Eppure, se si va a vedere il programma di formazione dei cadetti di West Point, l’accademia militare americana, troviamo con sorpresa fra le discipline obbligatorie per diventare un ufficiale corsi quali letteratura, psicologia, filosofia e scrittura. Sono impazziti? Che se ne farà mai dei sonetti di Shakespeare o dell’etica di Spinoza chi un giorno comanderà un battaglione di super tecnologici carri armati? Semplicemente a fare alcune cose importantissime: analizzare la situazioni con senso critico, prendere le decisioni giuste e dare la giusta motivazione ai suoi uomini, capendo la loro mentalità per affidare compiti adeguati in base al carattere di ciascuno.
Proprio le stesse cose che deve fare un dirigente d’azienda.
Forse dobbiamo ricominciare a convincerci che non esiste un sapere di prima categoria e un sapere di seconda categoria. Tutte le conoscenze e tutta la cultura hanno pari dignità e siamo noi a dove ricominciare a riconoscere questa dignità. Chissà, magari rivendendo anche radicalmente i programmi di insegnamento di scuole e università, umanizzando gli ingegneri e proponendo qualche corso di matematica e fisica ai letterati…

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