Stem in rosa, quando (raramente) la scienza è donna

stem in rosa

Inclinazioni naturali, implicazioni culturali o altro? La risposta univoca forse non esiste, ma un dato incontrovertibile c’è, ed è più concreto che mai: all’alba del 2020, il gap donne-uomini nelle discipline “Stem” (acronimo che sta per Science, Technology, Engineering and Mathematics), è ancora troppo elevato.

Allarme Onu: carenza di donne nelle discipline scientifiche

La questione è arrivata addirittura sui tavoli delle Nazioni Unite, che pochi mesi fa, e precisamente in febbraio, hanno lanciato un allarme a cui non si può rimanere indifferenti: il 65% dei bambini e delle bambine che entrano oggi nella scuola primaria farà lavori attualmente inesistenti o immaginabili, ma che comunque avranno quasi certamente a che fare con l’ambito scientifico, matematico o tecnologico. In questo contesto la sottorappresentazione femminile nelle discipline scientifiche e tecnologiche, che poi sono quelle più necessarie ai nuovi mestieri e alle professioni del futuro, suona ancor più allarmante: secondo i dati Unesco appena il 30% delle studentesse universitarie ha scelto materie Stem e meno di un ricercatore su tre, nel mondo, è donna. E non è la notizia peggiore: infatti per certe specializzazioni, come l’informatica, la percentuale degli iscritti in università crolla anche al 3%. In pratica solo tre ragazze su cento avrebbero dimestichezza con pensiero computazionale, computer, programmazione e affini.

L’opinione di un protagonista

ivana montelli - prima power
Ivana Montelli, Software Product Manager di Prima Power.

Proprio da qui siamo partiti per cercare di capirci qualcosa in più. E proprio con l’aiuto di una donna che ha costruito la sua carriera sull’informatica. Con grande successo: negli anni ha scalato le posizioni fino ad arrivare a ricoprire quella di SW Product Manager di Prima Power, divisione machinery del gruppo Prima Industrie. Si chiama Ivana Montelli e, fin da ragazza, ha scelto di seguire la sua passione per le discipline scientifiche: «Dopo il liceo scientifico, che ho finito nel 1981, ho scelto di frequentare la facoltà di Informatica dell’Università di Torino, la mia città di adozione. Allora non esisteva ancora Ingegneria informatica, era Informatica pura e ne fui attratta moltissimo. Erano tempi pionieristici, ma devo dire che le ragazze non mancavano. Nel mio corso eravamo almeno in 200 su 400, una buona metà. E devo anche dire che delle mie compagne del liceo, che non erano poche, tutte hanno trovato ottimi lavori, anche nell’ambito scientifico».

“C’erano interesse e passione”

E questa è una prima sorpresa. «Allora, ricordo, era così. Non so cosa sia successo dopo, fatto sta che negli ultimi anni, facendo consulenze per l’università, mi sono accorta anche io che il numero di ragazze era calato drasticamente. Qualcosa, nella mentalità delle ragazze o altrove, dev’essere cambiato. Allora c’erano più interesse e più passione. Personalmente non ho mai avuto dubbi: anzi, ancor prima di laurearmi ho iniziato a lavorare in un’azienda del settore, la Dea – Digital Electronic Automation, dove ho sviluppato la tesi e sono rimasta 15 anni facendo sviluppo di software, poi analisi, fino a gestire un progetto mio. C’era tanto spazio per crescere, non ho incontrato particolari problemi».

Non molte le donne “di vertice” nelle carriere scientifiche

«Lasciata la Dea, ho trascorso 9 anni in libera professione, prima di entrare in Prima Industrie prima come consulente, poi come dipendente. Dopo aver lavorato in Ricerca & Sviluppo, ora il mio ruolo è quello di seguire i trend di mercato e configurare i prodotti software per le macchine dei clienti sulla base delle loro esigenze e necessità. Un lavoro che mi porta a interfacciarmi con tantissime persone. E devo ammettere che nel nostro settore, ma anche presso tanti nostri clienti, le donne in posizioni manageriali non mancano ma sono la netta minoranza. Ce ne sono un po’ di più nell’It, decisamente meno nel manifatturiero». Un peccato, perché la pluralità dei punti di vista è un elemento di grande ricchezza che sta sempre più venendo meno, se non altro in certi settori.

Le responsabilità della scuola

Prosegue Montelli: «Eppure in passato non era così, perlomeno nella mia esperienza. Spesso mi sono chiesta cosa sia successo, e credo di aver trovato una risposta. Che parte dalla scuola: alle medie e alle superiori, parlando sempre della mia esperienza, ho avuto docenti straordinari di matematica e scienze. Non ho mai avuto la sensazione che qualcuno mi dicesse che certe materie non facevano per me. Ecco, vedendo le giovani generazioni ho la percezione che sia alle superiori, sia all’università non si comunichi adeguatamente il valore di una scelta orientata alle discipline scientifiche. Probabilmente la scuola in questo ha diverse responsabilità». Ci sono poi, certamente, anche aspetti culturali: «Il retaggio culturale è ancora presente, così come una certa, mi perdoni il termine, superficialità di approccio che, però, vedo anche in molti ragazzi. Al netto dei cliché culturali, però, credo che le discipline scientifiche vadano comunicate diversamente, proprio, ripeto, a partire dalla scuola».

Le iniziative pro STEM del Miur

Bisogna dire, però, che negli ultimi anni il Miur, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha avviato una serie di iniziative nel quadro della strategia di attuazione del comma 16 della legge 107/15, l’ultima riforma strutturale della scuola, e della promozione delle pari opportunità volte a contrastare anche gli stereotipi di genere. Una delle iniziative frutto di questa attenzione è stata proprio “Il mese delle Stem”, realizzata lo scorso anno dalla Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione e la Partecipazione in collaborazione con il Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio, con l’obiettivo di promuovere le discipline Stem nelle scuole di ogni ordine e grado. A quanto pare di capire, in quel del Ministero si è perfettamente consapevoli del ruolo della scuola, e, in generale, del sistema di istruzione e formazione: «Uno degli stereotipi esistenti dentro il sistema formativo è quello di una presunta scarsa attitudine delle studentesse verso le discipline scientifiche, che conduce a un divario di genere in questi ambiti sia interno al percorso di studi che nelle scelte di orientamento prima e professionali poi», si legge nella presentazione del progetto. A margine dell’iniziativa c’era anche un concorso per le scuole, fra le cui aree tematiche spiccava quella dedicata alle “Scienziate di ieri e di oggi”. Iniziativa replicata anche nel 2019. In viale Trastevere l’attenzione sul tema, dunque, sembra esserci. E ce lo auguriamo, visto che il problema, dati alla mano, è più che concreto.

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