Additive manifacturing: le parole chiave

Orologio Uniform Wares M40 Precidrive con cinturino in titanio realizzato con tecnologia additiva.

Produzione. Competenza. Fiducia. Valore aggiunto. Sono le parole che dovrebbero “stuzzicare” chi sta iniziando a pensare alla tecnologia additiva, per arrivare a individuare cosa ogni realtà produttiva può realizzare con questo metodo. Un articolo ispirato da alcune chiacchierate con Enrico Orsi, additive manufacturing product manager presso Renishaw Italia.

Parlare di cosa sia l’additive manufacturing, delle varie tecnologie che rientrano sotto questo nome o delle macchine, sempre più performanti e in grado di lavorare un numero crescente di materiali, è certamente importante, ma non basta. E’ evidente: l’approccio alla tecnologia additiva nasce perché è stato individuato un vantaggio competitivo. Però si tratta di una tecnologia che scalza i classici schemi sia della progettazione che della produzione, che lancia nuove sfide, partendo da forme e materiali, fino ad arrivare all’uomo, l’uomo che progetta, che pensa nuovi materiali, che gestisce un impianto, ma anche una commessa additive. Ecco: l’uomo che pensa. L’imprenditore che valuta. L’azienda che si apre a nuove opportunità.

L’additive è processi, macchine, materiali… ma è anche e soprattutto avere in mente quali devono essere le parole chiave, quelle che devono guidare in un percorso di avvicinamento, quelle dettate da una visione. Un discorso filosofico? Forse, ma deve essere ben chiaro che il percorso di avvicinamento ad una nuova tecnologia consta di una serie di passaggi obbligati, seguendo un percorso che ha come punto di partenza lo stato attuale, come si fanno oggi “le cose”, per arrivare a intuire come si vorrà farle in futuro. Come ci si arriva? Seguendo la strada tracciata dalle parole dell’additive: produzione, innovazione, fiducia. Per arrivare ad offrire prodotti che abbiano un valore aggiunto. Seguendo una visione, una visione che porta a vedere dove idealmente si vuole essere domani.

Struttura a densità variabile.

La vision

Se il mondo fosse statico, forse non sarebbe neanche necessaria l’evoluzione, ma il mondo si muove, perlopiù in modo vorticoso, e con il mondo si muove anche il mercato che spinge a rimettersi costantemente in discussione, se si vogliono mantenere livelli competitività interessanti. La visione, o la vision, come viene spesso chiamata, nasce dall’idea di fare cose nuove, percorrere nuove strade, e rappresenta una condizione necessaria per avvicinarsi all’additive manufacturing. La vision non è un concetto astratto o utopistico, perché nasce dall’intelligenza dell’uomo dell’imprenditore o di chi si trova a dover compiere scelte strategiche: la vision rappresenta l’idea di dove si vuole andare, ma è solo grazie all’intelligenza che ci si arriva. In questo nessuno può insegnare (o imporre) all’azienda la visione, ma quello che è possibile fare è aiutare con degli strumenti l’intelligenza, in modo da raggiungere la meta prefissata. Allora, parlando di tecnologia additiva, ben vengano i Solution Center (o Competence Center) e il supporto degli specialisti.

In un mondo in movimento frenetico, è indispensabile essere proattivi, sviluppando la capacità di cogliere le novità che la tecnologia mette a disposizione, interpretandole e capendo se possono esser funzionali al proprio business, secondo una valenza multipla: il business che può essere incrementato, oppure migliorato, oppure consolidato. Una delle novità tecnologiche è proprio l’additive manufacturing, che da molti non viene più considerata solo una tecnologia, ma un percorso che si costruisce secondo step successivi, in modo da affrontare con ragionevole sicurezza il cambiamento. Di fatto non esiste un percorso univoco, replicabile in ogni realtà, ma la vision può essere raggiunta seguendo due differenti percorsi che non necessariamente sono alternativi, ma, sempre più spesso, sono complementari.

Come si stanno facendo le cose?

Si tratta di un percorso che trasforma idealmente il modo in cui si sta producendo nel momento attuale nel modo in cui verranno fatte in futuro.

Che sequenza va seguita per avere la massima probabilità di successo?

Naturalmente l’obiettivo è il minimo rischio: se si introduce la produzione additiva in azienda, si trasforma necessariamente il noto in qualcosa di nuovo, ma questa trasformazione implica l’applicazione in parallelo di una serie azioni, che devono essere intraprese in maniera ragionata, massimizzando la possibilità di successo e minimizzando il rischio.

Se la visione porta a produrre in modo nuovo, abbracciando l’additive manufacturing, allora quale è il modo migliore per farlo? Comprare una macchina? Forse, ma occorre raggiungere il giusto grado di competenza perché arrivi a produrre in accordo con la vision. Fare piccoli passi, che portino ad imparare cosa e come produrre, assistito da chi ha già acquisito competenza? Forse: in questo caso l’esperienza acquisita da chi “è del mestiere” ed ha già visto nascere e crescere applicazioni di successo, può portare ad identificare i piccoli passi necessari.

Solution Center: i perchè

La velocità con cui si muove il mercato obbliga a valutare la possibilità “fare qualcosa di diverso”, ma questo è difficile e, come tutto ciò che è ignoto, crea ansie e timori, perchè occorre imparare cose nuove, nuovi approcci, trasformando abitudini consolidate, e, fatto non trascurabile, con evidenti costi associati. Se è diventato ormai indispensabile muoversi con il mercato, possibilmente anticipandone le richieste, proprio la situazione economica, sociale e politica a livello nazionale e mondiale, obbliga a muoversi con la giusta cautela, massimizzando le possibilità di successo delle proprie scelte. Per supportare le aziende nel cammino verso l’introduzione della produzione additiva sono nati, sia in Italia che a livello internazionale, i Solution Center, che si vogliono portare le aziende alla creazione di dimostratori tecnologici, secondo le specifiche esigenze, individuate con l’ausilio di esperti di settore.

Come funziona? Prendendo ad esempio quello aperto alle porte di Torino da Renishaw, si arriva ai dimostratori tecnologici per gradi, seguendo più step, che possono essere così riassunti.

Scegliere le proprie battaglie

Attraverso il confronto con esperti, ogni azienda individua quali manufatti, fra quelli prodotti, potrebbero beneficiare della produzione additiva. E’ una fase teorica, basata su valutazioni che portano a stabilire quali pezzi sarebbe sensato riprogettare e trasformare, in linea con le peculiarità che offre la tecnologia additive (il think additive continua ad esistere!)

Dall’idea al toccare con mano

Quelle che erano solo idee, per quanto accuratamente delineate, passano al livello successivo, quello della concretezza, realizzando presso il Solution Center un campione, una prova, arrivando così a creare il dimostratore tecnologico: il percorso non è guidato dalla macchina, ma dalla tipologia del pezzo che si intende realizzare.

Vale la pena sottolineare come tutto il percorso non sia guidato dall’idea di fare assolutamente i pezzi in additive manufacturing, magari seguendo una moda, ma dal produrre manufatti che abbiano “un loro perché”, se prodotti con una tecnologia innovativa, e che possano essere adeguatamente recepiti e quindi venduti, dimostrando così la convenienza della tecnologia. Questo significa che l’additive manufacturing deve diventare parte del processo produttivo, così come lo sono le tecnologie tradizionali, integrandosi con esse, laddove è necessario.

Comprare la macchina o appoggiarsi ad azienda servizi?

Con la realizzazione del dimostratore tecnologico, il ruolo attivo del Solution Center si esaurisce, pur restando il supporto consulenziale che non necessariamente indirizza verso l’acquisto di una macchina additiva. Infatti può valer la pensa appoggiarsi ad aziende di servizi, dotate di macchine additive, che possono produrre conto terzi dei piccoli lotti, garantendo quel livello di produzione in grado di dare concretezza al progetto, alla visione.

Introdurre la tecnologia additiva nel processo produttivo è un passo importante, sia per quanto riguarda i costi di acquisto che per la formazione delle persone, per cui un “ponte” che permetta di evitare una sorta di salto nel vuoto ma che piuttosto agevoli un passaggio più graduale, è una soluzione con un suo senso logico, da molte realtà ritenuta il vero facilitatore verso il raggiungimento della vision.

di Daniela Tommasi

www.semprepresenti.it

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