Come nasce un gioiello: fra arte e ingegneria

Quando l’innovazione nel design si sposa con quella tecnologia, l’approccio deve essere ingegneristico. Dalla scelta dei processi alla valutazione dell’affidabilità, per arrivare alla verifica della qualità del prodotto: è così che nasce un gioiello. 

Guardare un gioiello, indossare un gioiello, provoca certamente emozioni. Difficilmente però ci si sofferma a pensare su quanta tecnologia sia stata necessaria per produrre una tale bellezza. Tecnologie antiche, rivisitate nel tempo, alla luce delle moderne conquiste sia della scienza dei materiali che delle che della tecnologia meccanica. Processo principe nella produzione orafa è la fusione a cera persa, che affonda le sue origini nelle culture cinesi, egizie, incas e azteche, sebbene sia nella Grecia arcaica che trova larga diffusione, introducendo, fra l’altro l’impiego di anime per produrre strutture cave, come nel caso delle statue. Nei secoli il cuore della tecnologia è rimasto immutato, sebbene siano cambiati i materiali e gli utilizzi, tanto che è stato nel periodo della Seconda Guerra Mondiale che la fusione a cera persa è diventata una tecnologia applicabile a livello industriale, in particolare per la realizzazione di turbine e turbocompressori. Negli anni successivi si è confermata una tecnica di interesse sia in ambito militare che nei settori “nobili”, come l’aerospace o l’aeronautico, fino ad arrivare ai giorni nostri dove le applicazioni industriali legate alla produzione di particolari di precisone, con geometrie complesse e materiali difficilmente colabili con altre tecnologie, sono affiancate dalle produzioni artistiche di vario genere. E la gioielleria è un settore in cui, nei secoli o, per meglio dire, nei millenni, la fusione a cera persa è sempre stata presente.

Oggi con “colata in cera persa” si intende una tecnologia fusoria che va dall’ambito artistico alla produzione in serie di componenti di forma complessa e ad elevata precisione, settore in cui si parla propriamente di “investment casting” o “microfusione“.

Nasce un’opera d’arte: il gioiello

Ci piace parlare di gioiello ingegnerizzato – spiega Antonio Fortunato, R&D and Process Engineering Manager in Pomellato. La nostra realtà è legata al glamour della città di Milano ed è un trend setter sia in termini di moda che in avanguardia nel design e, proprio per questo siamo innovativi sia nelle tecnologie impiegate che nella ricerca dei materiali. Naturalmente il focus di Pomellato è la soddisfazione del cliente, sia per la varietà dei prodotti, anche con edizioni fuori serie, che nella qualità che nell’assistenza postvendita, ma per noi è fondamentale anche la sostenibilità: ci interessano la responsabilità, l’impatto ambientale, le materie prime sostenibili… Attualmente abbiamo collezioni dove l’oro puro proviene da miniere artigianali del Sud America: è una filiera di nicchia, che rispecchia l’attenzione della nostra maison agli aspetti di responsabilità sociale; il premio pagato sul prezzo dell’oro è utilizzato dalla miniera per riduzione dell’impatto ambientale o per sostegno della comunità. Per far sì che Pomellato sia tutto questo, investiamo in ricerca e sviluppo, sfruttando le opportunità offerte da tecnologie antiche, rilette in chiave attuale e affiancate da processi altamente innovativi: un esempio? Da noi fusioni a cera persa convivono, e talvolta si integrano, con l’additive manufacturing”.

Materiali, rivestimenti e tecnologia sono gli strumenti per realizzare e valorizzare al massimo il lavoro dei designer, garantendo la qualità del prodotto, indispensabile quando si parla di gioielleria di alta gamma: le normative vigenti non sempre coprono le esigenze di verifica del prodotto orafo, per cui Pomellato ha messo a punto analisi ad hoc, affidandosi quindi sia ad analisi standard che ad analisi sviluppate internamente.

Il punto di partenza è il materiale, nel caso di Pomellato oro puro e leghe madri, dove, giocando sugli elementi in lega, si arriva ad avere colorazioni diverse, ma anche diverse caratteristiche meccaniche. Infatti il gioiello è in tutto e per tutto un manufatto, che deve rispondere a precise specifiche di progetto che dipendono, come per ogni componente, dal tipo di utilizzo e dall’ambiente: la chiusura di un bracciale, per esempio, sarà sollecitata in maniera completamente diversa da un anello.

In Pomellato le leghe preziose vengono impiegate quasi esclusivamente per microfusione a cera persa: è il processo di produzione storico e più impiegato – prosegue Fortunato. Un altro metodo di produzione è la colata continua, da cui derivano semilavorati (fili e lastre) per le lavorazioni di deformazione plastica e con macchine a controllo numerico. Quest’ultimo è un processo che usiamo meno per l’ampia varietà dei nostri prodotti e per la poca compatibilità con le forme voluminose tipiche della nostra gioielleria. L’oro puro si lega alle leghe madri dando vita alla lega preziosa vera e propria, che dovrà soddisfare alle specifiche stabilite dal laboratorio di affidabilità. Tutta la produzione deve essere conforme alle normative vigenti, come nel caso della caratura: 18Kt significa che nella lega devono essere presenti almeno 750 parti di oro puro su 1000. Una volta preparata la lega, e verificata la conformità, è il momento di andare in produzione e, per noi, la tecnologia dominante è la fusione a cera persa. Il modello può nascere dalle abili mani del modellista che, per esempio, lavora la cera o l’ottone per la realizzazione degli stampi in gomma, oppure può essere figlio di tecnologie diverse, come l’additive manufacturing. In quest’ultimo caso, il punto di partenza è un modello virtuale che, attraverso il processo additivo, porterà alla generazione di un modello reale in resina”.

 

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