Trasmissioni idromeccaniche… che passione!

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Le trasmissioni meccaniche vantano alti rendimenti ma pagano la limitata flessibilità; le trasmissioni idrostatiche vantano grande flessibilità ma pagano i rendimenti limitati. Non stupisce perciò un matrimonio di interesse per mettere in comune i pregi e nascondere i difetti. Ecco la piccola storia di un’unione che forse è diventata amore.

Le trasmissioni idromeccaniche (HMT) hanno un’onorevole storia alle spalle, ma solo di recente sono emerse dalle nicchie dove furono a lungo confinate, guadagnando crescente visibilità ed espandendo i settori applicativi. Un impasto di eredità e novità che rende talvolta difficile distinguere l’una dall’altra perché le HMT sembrano destinate a essere più nominate che conosciute dai cultori generici della materia. A sostegno implicito della loro anzianità, le bibliografie citano quasi sempre un famoso documento del 1968 [2]. Ma ancor prima è datata la trasmissione con cui inizia questo percorso introduttivo, limitato ai temi essenziali per contenerne la lunghezza e semplificato dall’assenza di dissipazioni energetiche per ridurne il formalismo (questa scelta cancella qualsiasi riferimento diretto o indiretto ai rendimenti).

La trasmissione (quasi) dimenticata

La trasmissione o letteralmente il “cambio di velocità” oggetto del brevetto elvetico concesso nel lontano 1949 [1] all’ingegner Giovanni Badalini – nome tuttora più conosciuto all’estero che in Italia – è semplice, elegante e anticipatrice di alcuni principi fondamentali delle HMT. Si tratta dell’integrazione di due macchine volumetriche, rispettivamente pompa e motore a stantuffi assiali a piatto inclinato (Figura 1): l’inclinazione del piatto è costante nella pompa, variabile fra zero e un massimo nel motore.

Determinanti per il funzionamento sono i vincoli fra le parti delle due macchine. La configurazione della Figura 1 è: (1) albero di uscita solidale con i due piatti; (2) albero di ingresso solidale con il blocco stantuffi della pompa; (3) blocco stantuffi del motore fisso.

Nell’albero sono ricavati i passaggi che permettono la distribuzione del fluido da e verso le camere degli stantuffi.

Questa non è l’unica configurazione. Un’alternativa citata nel brevetto stesso è: blocchi solidali all’albero di uscita, albero del motore fisso, albero della pompa solidale all’albero di ingresso.

 

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