I rincari frenano la robusta crescita

I rincari delle commodity, in particolare del gas e dell’energia elettrica, rischiano di bloccare le imprese.

Simonetta Stella

La rapida ripresa post pandemica ha creato uno squilibrio tra domanda e offerta di materie prime e semilavorati e nella gestione della logistica, con pesanti ripercussioni sul mondo produttivo.

Aumenti a doppia e ormai a terza cifra che hanno un impatto significativo sulla produttività e sui margini di un numero ampio di settori e imprese.

Oltre al fatto che, sempre più spesso, neanche pagando cifre elevate, le imprese riescono a reperire le materie prime e i semilavorati necessari per rispettare i tempi di consegna.

Gli ordini continuano ad aumentare, ma le difficoltà di approvvigionamento e i costi rendono complesso gestire questa fase della ripartenza post pandemica.

«L’aumento dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, iniziato dagli ultimi mesi del 2020, è ampio e diffuso. Per il petrolio si tratta di un recupero più che pieno, dopo il crollo dovuto alla prima ondata di pandemia (+13% a dicembre 2021 su fine 2019). Per il rame, invece, di un enorme rincaro (+57%), così come per il cotone (+58%). A questi rincari si è sommato lo scorso anno il balzo del costo dei trasporti marittimi, anche questo piuttosto persistente. Di recente, negli ultimi mesi del 2021, si è aggiunta l’impennata del gas naturale in Europa, che oggi è la commodity che mostra di gran lunga il maggior rincaro (+723%). L’impennata della quotazione del gas si è rapidamente trasferita sul prezzo dell’energia elettrica in Italia, facendo lievitare i costi energetici delle imprese industriali: 37 miliardi previsti per il 2022, da 8 nel 2019. Un livello insostenibile per le imprese italiane» riporta il Centro Studi di Confindustria in una nota pubblicata il 17 gennaio, dal titolo: “I rincari delle commodity, in particolare del gas e dell’energia elettrica, rischiano di bloccare le imprese”.

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Per l’Italia, che importa la maggior parte delle risorse di base, l’accelerazione verso la transizione verde e digitale può tradursi in una sfida ancora più complessa.

Nella fase centrale della transizione energetica, l’approvvigionamento di gas è fondamentale per la sicurezza del sistema energetico nazionale, ma l’Italia deve puntare a una maggiore differenziazione delle fonti e al migliore consumo energetico tramite l’utilizzo di tecnologie efficienti.

«Le aziende della meccanica e non solo – ha commentato Marco Nocivelli, presidente dii Anima Confindustria, in un comunicato stampa diffuso dalla Federazione – si sono viste raddoppiare i costi di produzione in meno di un anno; è necessario puntare a una riduzione dei consumi energetici. Le nuove tecnologie della meccanica italiana, sviluppate in un’ottica di efficienza e risparmio energetico, possono dare un importante contributo alla svolta green del nostro Paese. Il PNRR è una grande opportunità da sfruttare al meglio, tramite l’incentivo di tecnologie e prodotti che possano abbattere le emissioni e ridurre i consumi energetici».

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Marco Nocivelli, presidente di Anima Confindustria.

L’Europa ha a disposizione notevoli depositi di materie prime, dal cobalto alla bauxite, dal berillio al bismuto, e poi gallio, germanio, indio, niobio o borato; tuttavia, essi non sono sufficienti a soddisfare il suo fabbisogno.

Inoltre, una questione collegata a quella delle commodity è rappresentata dai forti problemi registrati nei trasporti internazionali marittimi e nella logistica: in Italia, nel 2021, i ritardi delle consegne sono saliti ai massimi, come in Germania, mentre in Cina o Giappone il problema è molto più contenuto.

Le ragioni di questa complessa situazione sono da ricondurre a molteplici fattori: innanzi tutto lo scoppio della pandemia con i conseguenti blocchi produttivi hanno creato del “colli di bottiglia” nelle filiere approvvigionamento nel momento in cui le attività economiche sono riprese a pieno ritmo.

In aggiunta, la forte domanda di materie prime e semilavorati è stata oggetto di speculazione finanziaria sui mercati di tutto il mondo.

Senza dimenticare che la Cina è stata la prima a entrare ma anche a uscire dall’emergenza sanitaria e ha sfruttato questa posizione di vantaggio per accaparrarsi e fare ingenti scorte di materie prime.

In questo scenario, l’accelerazione verso la transizione verde e digitale può tradursi in una sfida ancora più complessa soprattutto per quei Paesi, come l’Italia, che importano la maggior parte delle risorse di base.

A meno che contemporaneamente non si mettano in moto dei processi industriali di recupero e rigenerazione dei beni industriali, una prospettiva che avrebbe ricadute positive sul piano sia economico sia ambientale.

L’intervista a Fausto Villa, Presidente di FEDERTEC

La robusta ripresa post pandemica è stata frenata dal forte aumento dei prezzi dell’energia e dalle difficoltà di approvvigionamento di materie prime e componentistica. In che misura i settori che rappresentate sono stati impattati da questo fenomeno e quali sono le vostre previsioni per i prossimi mesi?

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Fausto Villa, Presidente di Federtec

Il comparto rappresentato da FEDERTEC ha subito molto i rincari delle commodity avvenuti nel corso della ripresa post-pandemica in quanto i settori metallurgico e siderurgico, nonché la lavorazione post-stampaggio dei metalli sono tipicamente molto energivori a causa della natura dei processi industriali; inoltre, le materie prime utilizzate in queste attività sono proprio quelle che hanno subito i rincari maggiori, dovuti a una sovrapposizione di cause (le principali sono la riduzione delle estrazioni asiatiche, la logistica via mare in difficoltà a causa della ripresa repentina dell’economia, il divario fra domanda e offerta durante le prime fasi della ripresa e chiaramente il prezzo dei combustibili fossili e dei carburanti che si ripercuote sui costi di trasporto). Per quanto riguarda le materie prime, quello ci aspettiamo per i prossimi mesi è una stabilizzazione dei prezzi e un progressivo riallineamento con i valori pre-pandemia, mentre per le commodity legate alla produzione dell’energia la situazione è più complessa, in quanto legata anche a tematiche geo-politiche sulle quali è difficile fare previsioni.

I prezzi di quali commodity incidono maggiormente sulla produzione delle vostre imprese?

Sicuramente l’acciaio e l’energia elettrica, quest’ultima legata in maniera diretta ai combustibili fossili, dal momento che più del 80% dell’energia elettrica italiana deriva da fonti non rinnovabili e dunque petrolio, gas e carbone. Tuttavia, altri metalli vengono ampiamente utilizzati nei trattamenti superficiali o come elementi di lega per migliorare le caratteristiche meccaniche e chimiche dei prodotti finiti e il rincaro è stato riscontrato, anche se in misura diversa, su tutti i metalli. Inoltre, c’è un discreto volume di ingranaggi stampati in plastica, altra materia prima per la quale si riscontra un aumento significativo dei prezzi.

La transizione energetica rappresenta un’opportunità ma imporrà anche delle sfide difficili. Le aziende del comparto come si stanno muovendo per affrontare questa trasformazione?

Le fonti rinnovabili, da sole, non sono attualmente in grado sostenere il fabbisogno energetico industriale e dunque, per un settore energivoro come il nostro, la rivoluzione green deve partire sicuramente dalla riduzione dei consumi. Inoltre, tale riduzione non è solamente un obiettivo imposto dalle istituzioni ma è interesse delle aziende stesse, in quanto fondamentale per mantenere prezzi competitivi e dunque quote di mercato.

Il continuo rinnovo degli impianti e l’adozione di soluzioni più efficienti, innovative e all’avanguardia è da sempre il punto di forza del nostro settore e la riduzione delle emissioni è un traguardo importantissimo sia dal punto di vista etico che economico.

Oltre al progresso tecnologico, uno stimolo fondamentale per la salvaguardia dell’ambiente arriva dalle sempre più stringenti normative, direttive e restrizioni europee in materia di emissioni o utilizzo di materiali e sostanze pericolose per l’uomo e per l’ambiente; FEDERTEC segue costantemente gli sviluppi di tali regolamenti e promuove tra i suoi associati le best practice per l’adeguamento al progresso tecnologico e normativo.

Il punto di vista dei costruttori di macchine

Non c’è comparto produttivo che non sia stato interessato dal rincaro generalizzato dei prezzi.

Come si legge in un comunicato stampa di UCIMU che rappresenta i costruttori di macchine utensili, robotica e automazione nonostante la vivacità della domanda e il miglioramento del contesto, nel 2021, l’industria italiana di settore non è riuscita a recuperare totalmente l’arretramento registrato nel 2020 a causa della difficoltà nel reperire componenti e materie prime.

Questo fenomeno ha provocato uno scollamento tra la raccolta ordini e l’effettiva consegna dei macchinari.

In particolare, secondo un’indagine condotta dal Centro Studi dell’Associazione su un campione rappresentativo di imprese del settore, il 95% delle aziende ha dichiarato di riscontrare ritardi nelle forniture.

Il ritardo medio è quantificato in 3 mesi che, aggiunto al tradizionale mese e mezzo di normale attesa del materiale, fa crescere a 4 mesi e mezzo il tempo di consegna della fornitura di componenti e materiali. Anche per il comparto dell’agromeccanica la forte crescita della produzione rischia di essere frenata dalla carenza di materie prime, oltre che dai costi crescenti della logistica.

«Il World Container Composite Index, che analizza i valori di noleggio dei container sulle principali rotte navali, indica come a settembre di quest’anno il prezzo di noleggio risulti cresciuto del 292% rispetto all’anno precedente. L’incremento dei prezzi delle commodity, già in atto da alcuni mesi, è diventato particolarmente consistente lo scorso settembre quando i costi energetici hanno registrato una crescita del 365%, lamiere e coil a caldo rispettivamente del 234% e del 200%, il polietilene del 160% e il polipropilene una crescita del 123% (Anima Confindustria)» si legge in un comunicato stampa diffuso nei mesi scorsi da FederUnacoma, la Federazione Nazionale dei Costruttori di macchine agricole. «Mentre il costo della bolletta energetica risente di fattori di natura congiunturale, e in un certo arco di tempo può quindi tornare su livelli accettabili la crisi delle materie prime nasce da una precisa strategia politica cinese, rispetto alla quale non è facile prevedere contromisure – ha spiegato il presidente Alessandro Malavolti -. La Cina ha infatti ridotto le esportazioni di acciaio e materiali ferrosi per soddisfare la domanda interna in forte crescita, e di conseguenza il prezzo d’acquisto delle forniture per l’industria della meccanica agricola, in Italia come all’estero, è salito vertiginosamente (in alcuni casi anche del 100%). Il problema non è soltanto italiano, ma riguarda il settore agromeccanico a livello mondiale».

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Alessandro Malavolti, Presidente di FederUnacoma.

Peraltro, il comparto non deve fronteggiare solo l’emergenza che riguarda i materiali plastici e ferrosi ma anche quella relativa alla carenza di silicio metallico, imprescindibile per la produzione di chip e semiconduttori che servono per tutti i sistemi 4.0 applicati alle macchine agricole. Secondo i dati diffusi da Bloomberg, la scarsità di silicio, anche in questo caso innescata dal taglio delle forniture cinesi, ha fatto salire i prezzi del 300% in meno di due mesi.

Le medesime preoccupazioni sono state espresse anche da altre associazioni che rappresentano i costruttori di beni strumentali, dalle macchine per il legno a quelle per il packaging.

Le terre rare:“il petrolio” del nostro secolo

Sono indispensabili per la produzione di energia eolica, solare ed elettrica, per le comunicazioni ottiche, oltre che per la costruzione delle nuove tecnologie, la fabbricazione delle batterie per le auto elettriche e vengono impiegate anche l’industria aerospaziale, siderurgica e in campo medico. Secondo alcuni esperti, le terre rare saranno “il petrolio” del nostro secolo, vengono utilizzate per rendere le leghe più dure, più resistenti, più leggere, magnetiche, conduttive. Questi elementi saranno dunque fondamentali per continuare ad alimentare il progresso delle tecnologie verdi anche se, per estrarle e renderle utilizzabili dal mondo industriale, sono necessari dei processi inquinanti. L’altra nota negativa è che attualmente Europa e America dipendono per l’approvvigionamento di queste terre quasi esclusivamente dalla Cina che con la sua posizione dominante controlla circa l’80% delle filiere internazionali di questi metalli dall’alto valore strategico.

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Per l’approvvigionamento di terre rare, attualmente Europa e America dipendono quasi esclusivamente dalla Cina che con la sua posizione dominante controlla circa l’80% delle filiere internazionali di questi metalli dall’alto valore strategico.

I rincari… a tutto gas

• A fronte del balzo dei prezzi delle commodity (+34,3% le non energetiche in euro da ottobre 2020 a novembre 2021), in Italia la risposta dei prezzi al cancello della fabbrica è stata molto eterogenea. I dati ISTAT, per l’aggregato dell’industria, fotografano un forte aumento del costo degli input (+10,4% nei primi nove mesi del 2021) e mark-up bruscamente erosi (-1,7%). Il modesto rialzo, in risposta, realizzato sui prezzi alla produzione non è dunque stato sufficiente a salvaguardare i margini. Naturalmente, l’impatto sui costi è maggiore nei settori che fanno più uso delle commodity con i più forti rincari. (Fonte: Nota del CSC – Numero 1/22 – 17 gennaio 2022)

• In particolare, il prezzo del gas naturale, che fino ai primi mesi del 2021 era rimasto contenuto, ha subito una progressiva impennata a partire da maggio. Ora è la commodity che mostra il rincaro maggiore: +423% nel corso del 2021 fino a dicembre, cioè prezzo più che quintuplicato. Il balzo del gas è dovuto, in una certa misura, a questioni geo-politiche (le tensioni tra UE e Russia), come mostra il divario regionale nei prezzi: in Europa +723% dal livello pre-crisi (dicembre 2019), mentre negli USA +66%. Ciò si è sommato a una effettiva scarsità nel mercato fisico (scorte ai minimi in Europa). Dunque, il rincaro è in parte strutturale, ma per il resto è difficile prevedere quando rientrerà perché è legato a cause extra-economiche. Tra i principali paesi europei, l’Italia è quello più esposto al rincaro del gas naturale. Infatti, il mix energetico del nostro Paese privilegia tale fonte: 42% del consumo totale di energia in Italia nel 2020 (cui si somma il 36% di petrolio), contro il 38% nel Regno Unito, lontano dal 26% in Germania (che usa molto carbone), dal 23% in Spagna (che si affida di più al petrolio) e dal 17% in Francia (che conta sul nucleare; dati BP). Per valutare l’impatto del caro-energia, va considerata anche l’elevata dipendenza dall’estero del nostro Paese riguardo alle fonti fossili. Pur essendo l’Italia un produttore non trascurabile di petrolio e gas, risulta importato l’89% del petrolio, il 94% del gas, il 100% del carbone. Su questo fronte, siamo allineati agli altri grandi paesi UE: per il gas, in Germania la dipendenza dall’estero è del 95%, in Francia è del 100%. (Fonte: Nota del CSC – Numero 1/22 – 17 gennaio 2022)