Le tante facce della misura

Cos’è la misura? Il frutto di un’azione consapevole o inconsapevole? Come si interpreta? Esiste la “cultura della misura”?

Chi non ha eseguito almeno una misura nella vita? Nessuno! Questo significa che “misurare” sia semplice? Beh, non proprio. Certamente in alcuni casi lo è, o, meglio, è facile leggere e interpretare il valore della misura. E’ il caso della velocità riportata dal tachimetro dell’auto: letto il valore rilevato, si sa se si stanno o meno rispettando i limiti imposti. Ma non sempre la situazione è così semplice e intuitiva e quindi, sempre più spesso, si parla di cultura della misura o, come dicono alcuni, arte della misura.

La certezza: la misura è un numero. Quindi un dato oggettivo e questo, almeno in ambito industriale, è un bene: la soggettività ha aspetti un po’ poco scientifici.

Le parole chiave

La cultura della misura può essere racchiusa in 3 parole chiave: inconsapevolezza, riproducibilità, difficoltà. Tutti questi termini calzano perfettamente alla produzione e indicano la complessità, più o meno nascosta, della misura e dell’arte del misurare, in particolare quando il risultato deve essere rilasciato, reso “pubblico” per eventuali azioni successive.

Le misure tipiche dell’officina sono quelle di lunghezza (dimensioni, tolleranze…), di tempo (tempo di attraversamento, tempo di consegna…), di temperatura (dell’ambiente, della zona di lavoro, del lubrorefrigerante…), di velocità (di avanzamento, di rotazione…), di portata (delle pompe per l’alta pressione, degli ugelli…), solo per citarne alcune, anche se oggi sono sempre più alla ribalta anche i consumi energetici che, purtroppo, stanno strangolando alcune realtà produttive.

Sono tutti numeri, rilevati in maniera più o meno consapevole, ma su cui, alla fine, si fa affidamento. Il problema è che facilmente la misura inconsapevole può indurre a errori di valutazione, con effetti potenzialmente gravi. Un esempio: se si sta andando in macchina, in autostrada, a 130 Km/h o a 132, importa poco, ma se la temperatura del lubrorefrigerante varia di qualche grado, potrebbe essere che non riesca più a lavorare come previsto. Dunque la misura deve essere consapevole, e frutto di una precisa scelta sul come deve essere effettuata. Se così è, allora deve anche essere ripetibile, cioè, a parti condizioni, la rilevazione deve restituire lo stesso valore. Quindi la consapevolezza porta a definire come dovrà essere eseguita la misura, compresa la scelta degli strumenti da adottare, in modo che, se eseguita più volte, dia lo stesso risultato. Questo porta al concetto di universalità e indica come il numero, rappresentativo della misura, sia un dato oggettivo.

Il misurare è pertanto un’operazione rigida, dando a questo termine una connotazione positiva perché porta alla precisione e alla chiarezza, che devono essere considerati tratti distintivi della misura consapevole.

Consapevole, ripetibile, ma molto spesso ci sono difficoltà nell’effettuare una misurazione. Queste difficoltà possono essere dettate dalla poca consapevolezza, e allora occorre riconsiderare la cultura della misura, oppure legate a difficoltà oggettive, magari ovviabili con un approccio tecnologico diverso (per esempio, il controllo dimensionale in tempo reale, rispetto ad un post process). Purtroppo non di rado la “difficoltà” viene sottovalutata, arrivando ad avere dei riscontri in ritardo, rispetto alla possibilità di correre ai ripari, o dal valore discutibile perché frutto, per esempio, di semplificazioni.