Stime di crescita, la ripresa non si arresta

Domanda in calo, costi proibitivi e carenza di materiali hanno portato Intesa Sanpaolo e Prometeia a rivedere le stime di crescita 2022 dell’industria manifatturiera italiana verso un +1,5% di aumento tendenziale del fatturato deflazionato. Ma attenzione (e qui iniziano le note positive): si tratta di un livello che resta sopra la media che aveva caratterizzato l’economia della Penisola fino a pochi anni fa, come indicato nel 101° rapporto analisi settori industriali.

I tecnici di Intesa Sanpaolo e Prometeia stimano che nei quattro anni dal 2023 al 2026 la crescita media sarà del 2,6%. Per il fatturato a prezzi correnti, il dato viene rivisto al rialzo, verso un tasso del +17,9% tendenziale, dal +6,9% stimato ad ottobre, come effetto dei forti rincari dei costi di approvvigionamento che, pur affievolendosi gradualmente nel corso dell’anno, resteranno su livelli elevati rispetto alla fase pre conflitto in Ucraina.

Per il 2022 si prevede un calo della marginalità media del manifatturiero, verso un EBITDA margin dell’8,8%, dal 9,1% stimato per il 2021. Il conflitto coglie il manifatturiero italiano in un momento positivo e in una fase di intensa ripresa che l’ha portato a superare significativamente i livelli pre Covid: nel 2021 il fatturato ha registrato una crescita del +5,4% sul 2019 a prezzi costanti e del +11,2% a prezzi correnti, sostenuto dalla spinta inflattiva generata dal primo rally (ante conflitto) delle commodity soprattutto non energetiche e ha superato la soglia record di 1.000 miliardi di euro.

Il mercato interno è stato il principale traino della ripresa, grazie alla spinta decisiva degli investimenti, soprattutto in costruzioni. Meno brillante, ma comunque positiva, l’evoluzione dei consumi, che a fine 2021 scontavano ancora un gap del 7% rispetto al 2019, pur avendo beneficiato di una vivace ripartenza degli acquisti di beni semi durevoli e di servizi, legata anche al turismo.

Anche la domanda estera ha influenzato positivamente la performance manifatturiera 2021: la carenza di input intermedi e i colli di bottiglia nella logistica internazionale non hanno impedito all’export italiano di beni manufatti di evidenziare un balzo in doppia cifra (+12,9% tendenziale a prezzi costanti). Oltre la metà di tale risultato si deve al contributo dei vicini mercati europei, ma non sono mancati segnali molto positivi negli Stati Uniti e in Asia, diffusi dal punto di vista settoriale.

Le esportazioni italiane di manufatti sono attese crescere a un ritmo medio annuo superiore al 3% nel 2023-26 a prezzi costanti, portando il saldo commerciale a sfiorare la soglia dei 120 miliardi di euro.

Un’industria forte

L’industria manifatturiera ha mostrato di aver tenuto bene rispetto al 2020 e di essere anche riuscita a contenere – meglio di quanto hanno fatto i competitor europei – il calo dei margini e della redditività (il ROI è sceso al 5,7% nel 2020, dal 7,6% del 2019), grazie anche al sostegno delle misure governative. Nonostante il crollo della rotazione del capitale e il maggior carico dei costi fissi per unità di prodotto, inoltre, la struttura patrimoniale si è mantenuta in equilibrio, con un leverage sostanzialmente stabile sullo 0,6 nella media del manifatturiero, riflettendo un processo di rafforzamento della patrimonializzazione in atto già dal 2009. Il rimbalzo del 2021 dovrebbe aver favorito consistenti recuperi di efficienza, permettendo al ROI medio del manifatturiero di ripianare parte delle perdite.