Rottami atomici: ferrum non olet

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Gli incidenti, la contaminazione e il mercato nero dell’acciaio sporco: una storia che potrebbe tornare nuovamente attuale. Seconda e ultima parte dell’articolo pubblicato sul numero di ottobre 2022 di Lamiera.

Come abbiamo visto, gli incidenti causati dall’esposizione alle radiazioni legati al recupero più o meno legale di rottami metallici sono stati molti e in molti Paesi del mondo. In quei casi, tuttavia, non si è arrivati alla contaminazione della carica del forno. In altri eventi la sorgente radioattiva non è stata rimossa dal suo involucro schermante ed è quindi stata inavvertitamente fusa insieme al resto del metallo. Cosa avviene a quel punto dipende dalla specifica tipologia di elemento radioattivo e dal metallo da fondere.

I casi sono principalmente quattro:

  1. l’elemento può rimanere nel metallo fuso (come nel caso del cobalto e del rutenio);
  2. l’elemento può depositarsi nella scoria di fusione (lantanoidi, attinoidi come plutonio, curio e americio, e radio);
  3. l’elemento può entrare nella polvere del forno (nel fumo di silice) o nelle ceneri volanti (come nel caso del cesio, più volatile);
  4. l’elemento può lasciare il forno e passare attraverso filtri e depolveratori e finire in atmosfera (come avviene per lo iodio).

La storia della contaminazione radioattiva nei metalli è vecchia quanto l’impiego di elementi radioattivi a scopo terapeutico e industriale. Se un elemento radioattivo viene usato nell’industria o in medicina, è matematicamente certo che prima o poi finirà (erroneamente o illecitamente) nel ciclo del metallo. Questi sono i principali episodi, avvenuti sia all’estero che in Italia, elencati in ordine cronologico. Abbiamo posto particolare attenzione a quelli verificatisi nel nostro Paese.

Anni Trenta e Quaranta – Negli Stati Uniti aghi d’oro radioattivo utilizzati per la brachiterapia vennero fusi ed entrarono nell’industria della gioielleria. Negli anni Sessanta funzionari sanitari segnalarono casi di danni alla pelle e di cancro in persone che avevano indossato anelli contaminati. Un’indagine negli USA del 1981 ha identificato almeno 177 gioielli contaminati indossati da 127 persone, delle quali 9 avevano contratto il cancro e 41 una malattia della pelle non cancerosa legata alle radiazioni.

1982 – Del cobalto-60 contamina la produzione di tondini d’acciaio per edilizia a Taiwan, poi utilizzati in oltre 200 edifici anche residenziali. Si ritiene che circa 7000 persone siano state esposte a radiazioni di basso livello ma per un lungo periodo. La contaminazione è stata scoperta perché nel 1992 un dipendente dell’azienda elettrica statale taiwanese Taipower portò un contatore Geiger nel suo appartamento e scoprì che era contaminato. Seppure a conoscenza del problema, i proprietari di alcuni edifici hanno continuato ad affittare gli appartamenti.

Se un elemento radioattivo viene usato nell’industria o in medicina, è certo che prima o poi finirà nel ciclo del metallo

1983 – Ciudad Juárez, Messico. Un rottamaio locale ha recuperato materiale da una macchina per radioterapia dismessa contenente 6.010 pellet di cobalto-60 (60Co). Il trasporto del materiale ha causato una grave contaminazione del suo camion. Quando il camion è stato demolito e riciclato ha contaminato a sua volta altre 5.000 tonnellate di acciaio. L’acciaio era stato utilizzato per produrre gambe di tavoli da cucina e da ristorante e tondino per cemento armato, in parte spedito negli Stati Uniti e in Canada. L’incidente è stato scoperto mesi dopo, quando un camion che consegnava materiali da costruzione contaminati al Los Alamos National Laboratory ha attraversato una stazione di monitoraggio delle radiazioni. Questo incidente ha spinto la Nuclear Regulatory Commission e il servizio doganale a installare apparecchiature di rilevamento delle radiazioni in tutti i principali valichi di frontiera.

Nello stato di Sinaloa (Messico), 109 case sono state demolite a causa dell’uso di materiale da costruzione contaminato.

1989 – alla fonderia Premoli di Rovello Porro (CO) viene fusa una partita di alluminio contaminato proveniente dall’Unione Sovietica. Una nube radioattiva si è diffusa nelle vicinanze con valori che avrebbero dovuto imporre l’evacuazione della popolazione, se solo fossero stati resi pubblici al momento dell’incidente. 370 t di scorie sono ancora stoccate nel magazzino della fonderia. L’incidente è venuto alla luce solamente perché i tecnici della centrale nucleare di Caorso hanno rilevato Cesio nelle acque del Po. Da lì hanno risalito gli affluenti Lambro, Olona e Lura fino al bacino di decantazione della Premoli. La stima di radionuclidi diffusi dalla nube tossica e dalle acque percolate è enorme. Una frettolosa bonifica ha trasferito migliaia di t di terreno e materiali altamente contaminati in discarica. Non sono state avviate misure di restrizione né di tutela della popolazione.

Copione analogo per la fonderia Astra di Gerenzano (VA), che ha ricevuto una partita dello stesso alluminio contaminato. 320 t di materiale in attesa di essere inviato ad un deposito definitivo che ancora non è stato identificato.

Sempre nel 1989 si verifica un altro gravissimo incidente alla Raffineria Metalli Capra di Castel Mella (BS). Anche qui una partita di alluminio, anche qui il Cesio 137 a contaminare ben 220.000 m³ di scorie. Ora sono stoccati in un’ex cava, già utilizzata come discarica di rifiuti industriali: è definita ufficialmente la più grande discarica abusiva di rifiuti radioattivi d’Italia.

Dal 1997, per evitare incidenti, le acciaierie hanno obbligo di installare i cosiddetti “portali radiometrici” all’ingresso, che hanno consentito di bloccare centinaia di carichi contaminati ogni anno. A volte, anche questi rilevatori di radiazioni sono insufficienti: se la sorgente è all’interno del suo involucro schermante integro, può non essere individuata se non quando è troppo tardi. Infatti, gli incidenti continuano.

1997 – Una sorgente al Cesio-137 ad alta attività finisce in uno dei forni dell’Acciaieria Beltrame di Vicenza, contaminando 250 t di materiale.

Lo stesso anno, Cesio-137 e Cobalto-60 contaminano una linea di produzione dell’Alfa Acciai di Brescia. L’impianto ha dovuto essere fermato e bonificato, con una perdita di circa 40 miliardi di lire. L’allarme è scattato molto tempo dopo, all’ingresso dell’azienda che smaltisce le ceneri dei camini, quando la contaminazione era già avvenuta.

1998 – La “Chernobyl” europea. Nello stabilimento Acerinox in Spagna una potente fonte di Cs-137 viene fusa, generando una nube radioattiva che tocca mezza Europa. In alcune zone il livello di radiazioni supera di 8.000 volte il livello naturale di fondo. Lo stesso anno, un’altra sorgente di Cesio-137 alla ex Cagimetal di Brescia porta alla contaminazione di 1000 m³ di scorie.

2000 – Sheffield (UK). Un solo grammo di plutonio, mescolato al rottame, trasforma 50 tonnellate di acciaio in rifiuto radioattivo.

Nel solo Piemonte, nel periodo giugno 2000 – ottobre 2001, si sono registrati almeno cinque incidenti: quattro relativi alla fusione di sorgenti di Americio-241 ed uno relativo alla fusione di una sorgente di Radio-226 con la conseguente contaminazione non solo dei pani di alluminio ma anche delle scorie di fusione, dei filtri, e del capannone.

2004Acciaierie Beltrame di Vicenza. Una sorgente radioattiva per radiografia, proveniente dagli USA, viene venduta ad un’azienda campana. L’azienda fallisce, del materiale si perde traccia, e finisce nei forni della Beltrame. 224 m³ di ceneri e polveri contaminate, ora stoccate nei bunker dello stabilimento.

Fuori dall’Italia lo stesso anno si verificano altri incidenti che coinvolgono sorgenti di Cesio-137: due agli impianti Arcelor e Sidenor in Spagna, e due alla Timken Steel Company e alla NUCOR Steel (USA), tra gli altri.

2007 – Acciaierie Venete di Sarezzo: anche stavolta i rottami contaminati arrivano dall’ex URSS. Come nel caso dell’Alfa Acciai, la scoperta si deve all’azienda che ha ritirato le ceneri da smaltire, quando la fusione è già avvenuta.

2010 – Incidente sfiorato al Porto di Genova. Una nave proveniente dall’Arabia Saudita e contenente 23 t di rame viene fermata dalla Capitaneria. Al suo interno, una barra di Cobalto 60 irradiava circa 500 mSv/ora. Il carico è stato messo in quarantena e poi rispedito al mittente.

2011 – 30 t di scorie di alluminio contaminate da una sorgente di Radio-226 provocano il fermo di una linea della Somet di Ambivere (BG). I rifiuti sono stati isolati e messi in sicurezza. Stesso anno, stessa sostanza, ma stavolta a farne le spese è la Intals Spa di Parona (Varese). Sempre nel 2011 un carico di ceneri radioattive destinato alla Portovesme di Cagliari viene rispedito al mittente, ovvero ancora una volta l’Alfa Acciai.

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A Chernobyl i motori sono tra i componenti più rubati da recuperatori senza scrupoli

2013 – negli USA un lotto di cinture viene confiscato e stoccato in un deposito di materiale radioattivo: le borchie di metallo erano contaminate dal 60Co.

2015 – alla Eco-Bat Spa di Paderno Dugnano (Milano) una sorgente di Radio-226 contamina 130 m³ di rottame di piombo.

2018 – alla Iro di Odolo (BS) un incidente contamina 170 tonnellate di ceneri. Alla Outokumpu (Finlandia) si verificano 4 incidenti nell’arco di 6 mesi.

Con l’eccezione degli incidenti alla Premoli e alla Acerinox, grazie agli impianti di filtrazione presenti negli stabilimenti siderurgici, quasi nessuno di questi incidenti ha generato nubi radioattive ed esposizione per la popolazione locale.

L’assenza di un deposito di stoccaggio sicuro e coordinato a livello nazionale, progetto in discussione da decenni, costringe le aziende colpite a dotarsi di strutture di contenimento. Una soluzione (se così si può chiamare) provvisoria e spesso inadeguata.

In Lombardia e nelle altre regioni del Nord Italia migliaia di tonnellate di ceneri e metalli contaminati sono stoccate “temporaneamente”, spesso in condizioni precarie. Il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, destinazione ipotetica di questi materiali, è allo stato di progetto da anni in attesa di definire quale Regione accetterà di ospitarlo.

Le fonderie sono così costrette a stoccare in loco, a volte costruendo dei veri e propri bunker. In altri casi, la sicurezza è praticamente assente: è il caso dell’ex Cava Piccinelli a Brescia, dove sono stati frettolosamente sversati centinaia di migliaia di m³ di scorie contenute in modo precario. Intorno alla discarica, ironicamente, è stato creato un parco pubblico.

Dal 1982 al 2018 si sono verificate più di 140 fusioni accidentali nel mondo, 20 solo in Italia. Tuttavia, in altri casi la contaminazione non è dovuta ad una sorgente radioattiva smarrita, ma da rottami provenienti da impianti e apparati del settore nucleare civile e militare. Molto del metallo contaminato finito nelle fauci delle acciaierie del Nord Italia è arrivato dai Paesi dell’ex URSS. Con la caduta dell’impero sovietico, il mercato del rottame è stato inondato di milioni di tonnellate di ferro proveniente dalla dismissione dell’arsenale militare obsoleto e dall’industria pesante. Nei prossimi decenni si aggiungerà anche materiale proveniente dalla dismissione delle centrali nucleari.

Più dell’80% dei reattori europei e i due terzi di quelli russi hanno oltre 30 anni, a fronte di una vita utile di circa 40. E in una centrale (o in un sottomarino) è pieno di metallo attivato: materiale divenuto moderatamente radioattivo in seguito alla costante esposizione a neutroni e raggi gamma. Tubi, strutture, serbatoi, valvole: milioni di tonnellate di metallo. Troppe per i depositi di scorie sotterranei, troppe per essere decontaminate, e troppo forte la tentazione di guadagnarci qualcosa.

Secondo i Carabinieri del NOE «l’importazione di ingenti quantitativi di rottami metallici e materiale ferroso che entrano nel nostro territorio, destinati per buona parte alle fonderie del nord, diventa oggetto di attenzione da parte delle organizzazioni criminali nazionali ed internazionali (…) è lecito presumere l’interessamento delle “ecomafie”, che in virtù di una grande disponibilità finanziaria capace di organizzare trasporti e smaltimenti al di fuori di ogni controllo ed avvalendosi di professionisti insospettabili che fungono da anello di raccordo tra coloro che si devono disfare dei rifiuti radioattivi e chi materialmente rende operativo lo smaltimento illegale, ne traggono lucrosi profitti (…).

Le notevoli quantità di materiali radioattivi accumulate nelle strutture industriali dell’Est europeo, hanno generato una classe di intermediari/faccendieri che offrono, al di fuori dei controlli internazionali, tali materiali di cui è dubbia sia l’origine che l’effettiva disponibilità. Questi personaggi entrano spesso in contatto con trafficanti inseriti ai margini del mondo degli affari leciti che non disdegnano, all’occasione, di trafficare materiali che sembrano offrire facili guadagni».

Ecco come e perché tonnellate di acciaio, rame, titanio contaminate sono state immesse nel circuito del riciclaggio. Sufficientemente diluite nel resto del metallo in modo da non far scattare i controlli, possono essere finite in prodotti finiti e reimmesse nel mercato. Persino il famoso cimitero dei veicoli utilizzati per la bonifica dopo l’incidente di Chernobyl, nonostante i rischi e i divieti, diminuisce anno dopo anno. Recuperatori impavidi e incoscienti (come visto nella puntata precedente) rimuovono il metallo un pezzo per volta, iniziando da quelli più pregiati. Metalli che finiscono riciclati nelle fornaci e poi reimmessi sul mercato globale.

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Dal 1982 al 2018 si sono verificate più di 140 fusioni accidentali nel mondo, di cui 20 solo in Italia

La congiuntura economica e geopolitica attuale non fa ben sperare: da un lato la carenza di materie prime fa crescere il prezzo del rottame e lo rende un traffico appetibile alla malavita; dall’altro il caro energia fa aumentare i costi degli impianti. Le fonderie potrebbero essere costrette ad utilizzare metallo a basso costo e dubbia provenienza, per limitare le spese.

A questo si aggiunge anche il panorama fosco del dopoguerra in Ucraina. Qualunque strada prenderà il conflitto, prima o poi la Ricostruzione produrrà milioni di tonnellate di rottame provenienti dagli impianti industriali e dalle infrastrutture danneggiati dal conflitto, e richiederà altrettanto materiale per la loro ricostruzione. L’industria siderurgica è sempre affamata, e spesso non va troppo per il sottile. Del resto, si sa: la fame gioca brutti scherzi.

Marco Basso

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