Acciaio: l’importanza della storia per future applicazioni

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Il valore dell’acciaio è nella sua tempra. Un valore che oggi tutti dobbiamo avere.

Cos’hanno in comune una spada da samurai, una pentola a pressione e il Golden Gate Bridge di San Francisco? Semplice: in tutti e tre i casi per la loro realizzazione è stato utilizzato l’acciaio. Si tratta di uno dei materiali più diffusi in assoluto a livello industriale ed edile, ma al tempo stesso uno dei meno conosciuti da un punto di vista delle caratteristiche specifiche, delle proprietà e della storia. Per acciaio, in termini generali, si intende una lega costituita primariamente da ferro e carbonio, nella quale quest’ultimo elemento è presente in una percentuale non superiore al 2,06%. Oltre questo limite, non si parla più di acciaio bensì di ghisa. Insieme al carbonio, possono essere presenti nella lega altri metalli che conferiscono al materiale proprietà specifiche necessarie per le più diverse applicazioni.

Siamo soliti considerare l’acciaio un materiale moderno, istintivamente associato al mondo dell’industria e delle costruzioni, talmente “nuovo” da immaginarlo come il componente fondamentale perfino di quel “Jeeg robot d’acciaio” che ha popolato l’immaginario di molti bambini oggi cinquantenni. Niente di più lontano dal vero. Questo materiale, al contrario, benché la cosa sia sconosciuta ai più, è noto sin dall’antichità e con ogni probabilità è stato “scoperto” (o, per meglio dire, ottenuto) in molti luoghi diversi e da molte civiltà differenti nel corso della storia.

L’acciaio damasco

Le prime testimonianze della produzione di acciaio si fanno risalire addirittura agli indù che ne conoscevano il segreto della produzione fin dai tempi dei romani, intorno al terzo secolo dopo Cristo (anche se si ipotizza che i primi manufatti in acciaio possano essere stati realizzati addirittura nel II secolo a.C.). Per produrlo si utilizzavano crogioli sigillati al cui interno venivano inseriti minerali ferrosi insieme a carbone e vetro. Riscaldando il crogiolo, il ferro si arricchiva progressivamente di carbonio, mentre il vetro aveva lo scopo di assorbire le impurità. Si otteneva così un acciaio, per i tempi, con un tenore di carbonio decisamente alto e un’elevata purezza. Questo materiale è noto come “acciaio Wootz”, anglicizzazione del termine indù “ukku” con cui veniva chiamato appunto l’acciaio. Malgrado l’importanza di questo metodo di produzione e dei suoi risultati, l’antica tecnica indù del wootz impiegò misteriosamente molti secoli per diffondersi, e solo intorno all’anno mille la lavorazione, appresa dagli arabi grazie alla mediazione dei persiani, giunse in Medio Oriente. Qui, tramite un perfezionamento nella produzione, si arrivò a realizzare un materiale tutt’oggi avvolto da un’aura quasi mitica: l’acciaio Damasco. Per capire l’impatto che ebbe ai tempi tale tecnica, basti sapere che le spade che furono utilizzate per combattere i crociati in Terra Santa erano forgiate con questo acciaio, contraddistinto da una straordinaria resistenza e, al tempo stesso, da una notevole flessibilità. Caratteristiche, queste, che lo resero talmente famoso da divenire leggendario. Le spade in acciaio Damasco, si vociferava, erano così robuste da poter tagliare una roccia senza perdere mai il filo e al tempo stesso così elastiche da potersi avvolgere intorno al corpo di un uomo per poi ritornare alla forma originaria. Esagerazioni che tuttavia rivelano quanto pregevole fosse la fattura di tali armi, grazie proprio alla tecnica con cui venivano prodotte. E qui, nuovamente, la storia dell’acciaio Damasco sfocia nel mito. Perché questa tecnica è andata perduta. È assai probabile che il segreto consistesse in un perfezionamento dell’antica tecnica indù, grazie alla quale il carbonio veniva assorbito dal ferro molto lentamente, depositandosi in prevalenza ai bordi della spada. Il risultato era un’arma formidabile con un’anima dolce, e quindi estremamente flessibile, ma al tempo stesso con una lama assai resistente, capace di mantenere il filo molto a lungo. Proprio alla specificità di questa tecnica è dovuto il nome: l’assorbimento differenziato del carbonio tra l’esterno e il centro della spada produceva come risultato un caratteristico disegno ondulato, damascato appunto, da cui trasse il nome questa tecnica leggendaria. Perdutasi nei meandri della storia.

In altri luoghi assai lontani da Gerusalemme l’acciaio fu avvolto da un’aura mitica, se non addirittura mistica. Nel Giappone feudale i costruttori di katana serbavano gelosamente le tecniche che consentivano loro di realizzare le mitiche spade dei samurai. Il processo era, ed è tutt’oggi, non dissimile con ogni probabilità da quello degli arabi, con la differenza che la spada veniva forgiata battendo tra loro una serie di strati di acciaio più morbido successivamente “avvolto” in un involucro di acciaio più duro (quindi con una percentuale di carbonio superiore) e, di conseguenza, più resistente.

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