Filiera dell’idrogeno: giovane e con tanta voglia di crescere

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Stato dell’arte e prospettive per la filiera dell’idrogeno in Italia. Si tratta di un comparto giovane, ma con una grande voglia di investire e collaborare

La filiera dell’idrogeno svolge un ruolo da protagonista nel percorso di transizione energetica dell’Europa che si è posta l’ambizioso obiettivo di diventare il primo continente a zero emissioni entro il 2050, puntando anche sulla crescita dell’utilizzo dell’idrogeno fino alla quota del 13-14% nel mix energetico dall’attuale 2%. Si tratta di un comparto giovane, ma con una grande voglia di investire e collaborare per diventare leader nel Vecchio Continente. È quanto emerge dalla fotografia scattata dalla seconda edizione dell’Osservatorio H2IT: I numeri sul comparto idrogeno italiano, realizzato congiuntamente dalla Direzione Studi e Ricerche e l’Innovation Center di Intesa Sanpaolo. L’analisi ha preso in esame le imprese associate a H2IT (grandi, medie e piccole imprese, start-up) che rappresentano tutta la catena del valore dell’idrogeno dalla produzione fino agli usi finali. A guidare l’espansione del settore sono gli investimenti: nel PNRR sono stati stanziati 3,64 miliardi di euro proprio per sviluppare il comparto, ma sono soprattutto gli investimenti privati a spingere la crescita. Lo si evince da alcuni dati: il 65% delle aziende ha chiuso il 2022 con un incremento degli investimenti sull’idrogeno, per il 70% finanziati con fondi propri, mentre il 22% è coperto da fondi europei, nazionali o regionali. In più, ben il 71% indica la ricerca e sviluppo come strategia d’investimento prioritaria, davanti alla formazione e all’assunzione di nuove risorse (58%). D’altra parte, sempre il 71% delle imprese ha un centro di ricerca interno dedicato all’idrogeno (che è cruciale per gran parte delle aziende); questa percentuale è destinata a salire al 78% nei prossimi anni. Gli investimenti in molti casi si traducono in innovazioni e brevetti. Negli ultimi cinque anni, infatti, oltre 1 azienda su 3 (36%) ha ottenuto almeno un brevetto o è in procinto di farlo; questa percentuale sale all’85% tra chi si occupa di produzione. È alta la correlazione tra investimenti e innovazione: la metà delle imprese intervistate ritiene di aver raggiunto un alto livello di maturità tecnologica nell’idrogeno.

Investimenti, innovazione e partnership

Dalla ricerca emerge che in termini di fatturato, il 2022 si è chiuso nel complesso con segno positivo per il 71% delle imprese e il 58% ha incrementato il giro d’affari dell’attività dedicata all’idrogeno, con aspettative di ulteriore crescita nel prossimo futuro. Che conseguenze hanno avuto crisi energetica, aumento dei prezzi delle materie prime e scenario geopolitico incerto? Per circa la metà del campione (45%), il coinvolgimento nel mercato dell’idrogeno non è pregiudicato dal contesto attuale. Ma c’è di più: il 35% scorge in questa situazione nuove opportunità di business e sta quindi accelerando gli investimenti. In altre parole, è vero che l’incertezza generale aumenta, ma il particolare contesto attuale potrebbe dare un’accelerazione decisiva verso la transizione energetica. Un altro fattore che contraddistingue la filiera dell’idrogeno è che l’innovazione viene portata avanti grazie alla collaborazione tra le imprese. Per il 64% le partnership interaziendali sono il modo migliore per crescere in ottica di innovazione collaborativa, seguito da quelle con le Università (60%) e dai tavoli di lavoro nazionali/internazionali (49%). Una cosa è sicura: non esiste innovazione senza un capitale umano adeguatamente formato. Per questo le aziende guardano sia alla formazione interna che alle nuove assunzioni. Proprio a tal proposito, il 42% aumenterà i profili di Project manager entro fine anno e punterà ancor di più sul reclutamento di tecnici specializzati (49%), il cui reperimento sul mercato è ritenuto particolarmente complesso in gran parte dei casi. Quasi un’impresa su due ricerca anche le figure junior da formare (47%) e project manager (42%); seguono le figure specializzate in ambito green (35%) e i tecnici di laboratorio (22%).

Fig. 1 (in alto) – Composizione per macrosettori di attività H2 (% imprese, possibili più risposte); Figura 2 (sopra) – Alta maturità tecnologica raggiunta nell’idrogeno per settore della filiera (Technology Readiness Level – TRL)

Le potenzialità

Quali sono i settori che cresceranno di più da qui al 2030 secondo le aziende? Su tutti spicca, secondo lo studio, la mobilità (85% delle risposte), seguita dai settori hard-to-abate (67%) e lo storage di elettricità rinnovabile (55%). E quali sono i territori italiani più “fertili” per l’idrogeno? In generale la filiera rappresentata dalle aziende di H2IT risiede nella maggior parte dei casi al Nord, soprattutto in Lombardia, che da sola ospita le imprese che realizzano il 60% del fatturato da idrogeno italiano. Che cosa blocca lo sviluppo del comparto? Le aziende soffrono soprattutto la mancanza di un quadro normativo chiaro (78%), l’incertezza di una domanda di mercato non ancora definita (64%) e tutto ciò che ruota attorno ad autorizzazioni (53%) e burocrazia (51%). Per superare le criticità le imprese chiedono soprattutto la definizione di normative e regolamenti nazionali (58%), piani strategici nazionali (55%) e più investimenti per stimolare la domanda (45%) e in infrastrutture (42%). «Tra shock energetico, inflazione e un contesto geopolitico complesso, tanti Paesi europei hanno interiorizzato la necessità di rendersi indipendenti sotto il profilo energetico puntando su fonti di approvvigionamento alternative, come l’idrogeno – ha dichiarato Alberto Dossi, Presidente di H2IT – La filiera italiana è certamente giovane, ma è composta da tante realtà ambiziose, che non hanno paura di investire per fare vera innovazione». Come evidenziato in conclusione da Anna Maria Moressa, economista della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo l’analisi restituisce il profilo di una filiera italiana dell’idrogeno molto eterogenea nelle dimensioni delle imprese coinvolte: «Fra queste spicca un gruppo di PMI che possiede una forte mission, alte potenzialità di innovazione, in grado di intrecciare alleanze industriali trasversali con altri settori, da quello chimico e meccanico a quello informatico, e di collaborare con centri di ricerca nazionali e internazionali. La metà delle imprese dimostra di avere un’alta maturità di innovazione, con brevetti pronti all’industrializzazione. Sarà proprio grazie all’accelerazione della ricerca per l’efficientamento delle tecnologie di produzione, di stoccaggio e di trasporto, che l’idrogeno nel prossimo futuro potrà giocare un ruolo di primo piano nel processo di decarbonizzazione, con l’apertura di nuovi business anche per le PMI italiane. Si apriranno dunque anche opportunità di occupazione per i giovani e ci sarà bisogno di tecnici altamente qualificati per i quali saranno necessari percorsi formativi ad hoc. La crescita del tessuto economico richiede inoltre una accelerazione degli investimenti pubblici e privati e interventi normativi e di policy chiari e mirati»

I numeri della filiera dell’idrogeno

La lettura della filiera dell’idrogeno evidenzia che le imprese sono attive in media in 7 comparti diversi di attività, con la metà delle imprese impegnate nel macrosettore della produzione (53%), nei Servizi (49%) (che comprendono consulenza, studi di fattibilità e ingegneria, analisi di marketing e comunicazione e formazione professionale) e nella mobilità (45%). Le PMI risultano maggiormente specializzate nella consulenza e negli studi di fattibilità di sistemi e ingegneria delle componenti, mentre le imprese più grandi sono coinvolte nella realizzazione di elettrolizzatori e nell’integrazione di sistemi ma soprattutto nel trasporto, nelle infrastrutture e nello stoccaggio, attività che necessitano di considerevoli investimenti (figure 1 e 2).

Dalla ricerca emerge un quadro di aziende con competenze elevate a livello tecnologico: la metà dichiara, infatti, di avere dei progetti pronti per la commercializzazione. Si tratta di imprese attive nel settore della produzione e della mobilità sia di infrastrutture che di veicoli. In particolare, le imprese più piccole rivelano un profilo molto spinto di capacità innovativa. Si viene così a delineare un contesto virtuoso di filiera soprattutto per lo sviluppo di impiantistica, tecnologie e componentistica grazie anche alla presenza di start-up di ingegneria e di integrazione di sistemi che possono contribuire alla costruzione di impianti di larga scala. Solo poco più di un terzo delle imprese (36%) rende esplicita l’innovazione interna depositando dei brevetti legati alla filiera dell’idrogeno. È alta la diffusione di brevetti tra chi si occupa di produzione dell’idrogeno (85%); si scende al 30% per chi è attivo nella mobilità, al 25% nel settore energetico e al 20% nello stoccaggio. Coloro che non brevettano non lo fanno o perché non hanno invenzioni da depositare o non ne vedono l’utilità e puntano sull’innovazione non formalizzata (figura 3).

Fig. 3 (in alto) – Tipo di finanziamento della ricerca (quota media %)

Fig. 4 (sopra) – Settori con maggior attesa di sviluppo in Italia al 2030

La filiera italiana che ha partecipato all’indagine crede molto nelle opportunità di sviluppo del mercato dell’idrogeno, tanto che per il 70% autofinanzia la propria ricerca. Risultano invece ancora poco sfruttati i fondi europei (pesano per il 14%) e quelli nazionali o regionali. Circa un terzo delle imprese ha ottenuto finanziamenti partecipando ai bandi di Horizon 2020-Horizon Europe e Fuel Cell Hydrogen Joint Undertaking-Clean Hydrogen partnership: si tratta di fondi che mirano ad accelerare lo sviluppo di tecnologie con la realizzazione di progetti dimostrativi su larga scala come le hydrogen valleys, così da sviluppare capacità produttive locali e al tempo stesso stimolando l’apertura verso altri mercati (figura 4). La principale prospettiva di sviluppo dell’idrogeno al 2030 su cui le imprese concordano è il suo utilizzo come vettore energetico nel settore della mobilità: grazie all’assenza di emissioni di CO2, si pone infatti come possibile soluzione alternativa alla mobilità elettrica a batteria nel graduale abbandono dei carburanti fossili. In quest’ottica si aprono opportunità per l’industria italiana non solo per i veicoli ad idrogeno, ma anche per le infrastrutture di rifornimento: in entrambi i casi sono presenti imprese di grandi dimensioni e competenze per la progettazione e la costruzione di stazioni di rifornimento (che vengono già realizzate per l’estero), e per lo sviluppo di componentistica avanzata per il settore automobilistico (dai serbatoi di idrogeno ad alta pressione alle fuel cells). L’attesa di sviluppo è alta anche per i settori industriali che richiedono elevate quantità di calore ad alta temperatura, come la produzione di acciaio, cemento, vetro e ceramica che difficilmente potranno essere alimentati con energia elettrica.

Fonte: Osservatorio H2IT: I numeri sul comparto idrogeno italiano, realizzato congiuntamente dalla Direzione Studi e Ricerche e l’Innovation Center di Intesa Sanpaolo

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