2023, anno europeo della competenza

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Un termine sempre più ricorrente, non solo nel mondo del lavoro di oggi ma in tutta la società, è “competenza”. A volte se ne parla con cognizione di causa, a volte capita di chiamarlo in causa a sproposito. Di fatto, la competenza è un concetto trasversale a ogni settore.

A livello generale si può definire come competenza l’idoneità e l’autorità di trattare, giudicare, risolvere determinate questioni, e quindi la capacità, per cultura o esperienza, di parlare, discutere, esprimere giudizi su determinati argomenti. Ma qual è il modo migliore per arrivare a rispondere a questa definizione? La realtà è che non c’è una risposta, un metodo o una strategia universale, o semplicemente più efficace di altre. Il percorso che porta ad essere considerati “persone competenti” è lungo, vario e richiede anche un certo grado di ecclettismo. Si deve tenere conto che tutti i campi della cultura, indipendentemente dall’ambito di riferimento, sono interconnessi e, dunque, anche il campo della competenza è una rete ampia ed articolata. Si parla sempre più frequentemente di competenze tecniche, teoriche, digitali… fino anche a parlare, in tempi recentissimi, di competenze emotive. Sono perciò diversi campi, diversi gradi e diversi livelli di applicazione di un concetto trasversale, che, anche solo da una breve ricerca su un motore web, appare come una selva inestricabile di infinite pagine diverse.

La competenza contesa tra conservatorismo e progresso

Quando si parla di competenza è inevitabile partire dalla scuola, cioè il luogo dove gli adulti di domani dovranno entrare in possesso delle nozioni teoriche, e delle capacità pratiche di base, che li renderanno capaci di potersi approcciare al mondo del lavoro con quelle che sono dette competenze di base. Negli ultimi anni, tra esperti e non, si è fatto strada il dibattito tra coloro che preferirebbero che a scuola si abbandonasse l’approccio nozionistico, a favore di una “scuola delle competenze”, e quelli che invece ritengono le conoscenze teoriche strutturalmente più importanti e quindi prevalenti. Quale che sia la soluzione a questa diatriba, entrambe le posizioni, se estremizzate, possono generare diversi problemi.
Se si abbandona la via delle nozioni teoriche, si rischierà di avere giovani uomini che si affacciano al mondo del lavoro in grado di utilizzare una “cassetta degli attrezzi”, ma senza avere le conoscenze di base necessarie per capire come mai si utilizzi un attrezzo piuttosto che un altro. Ma all’insorgere di un problema profondo, que- sta competenza tecnica sarebbe sufficiente a risolverlo? Una sola conoscenza teorica presenterebbe invece il problema opposto: una persona pienamente consapevole della situazione, ma indecisa e insicura al momento dell’azione. Quindi, solo parzialmente competente.

È difficile pensare ad una soluzione che soddisfi entrambe le correnti, così estreme e così, purtroppo, ostili l’una all’altra. Si può però adottare una prassi generale che permetta alla competenza teorica di completarsi con quella tecnica, e viceversa: che la nozione sia la base su cui sviluppare la tecnica, per poter essere pienamente competente. Certamente questa prassi richiede che si abbandonino prese di posizioni campaniliste come il famoso slogan “si è sempre fatto così” a favore di una maggiore apertura deontologica all’apprendimento e all’accrescimento, appunto, dei propri saperi. Perché la tradizione è importante, ma il progresso richiede inevitabilmente che alcune metodologie, tecnologie e, più in generale, conoscenze si evolvano o vengano sostituite da altre più attuali.

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