Federmeccanica | Patto “Mech In Italy”, nuovi piani strategici

Lorena Scoscina

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Uno stimolo per riflettere sugli obiettivi di breve termine, puntando su nuovi piani strategici. Le risultanze dalla 167esima Indagine Congiunturale di Federmeccanica, relativa ai dati del I semestre 2023.

“Mech In Italy”: un titolo tagliato su misura, per le due giornate di Assemblea Generale 2023 di Federmeccanica, tenutasi lo scorso settembre.

Cultura industriale, sostenibilità e transizione ecologica, geopolitica e globalizzazione, trend economici e lavoro sono stati i temi caldi attorno a cui ha ruotato l’incontro, per provare a definire nuove strategie competitive, anche alla luce degli ultimi dati dell’Indagine Congiunturale, per il I semestre 2023.

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Le risultanze del puntuale documento, pubblicato a settembre e alla sua 167esima edizione, non sono positive quanto quelle degli scorsi anni, ma non sono neppure disastrose.

Pesano, senza dubbio, le incertezze derivanti dagli alti livelli di inflazione e il costo del denaro, che è in salita. Ma, invece, cosa ci riserva il futuro? Procediamo, allora, per gradi, partendo dall’inizio.

La produzione industriale

Seguendo il trend dell’intera regione europea, nel I semestre del 2023 la produzione industriale ha mostrato segni di indebolimento, evidenziando una dinamica negativa maggiormente accentuata nei mesi di aprile, maggio e giugno.

Analizzando i valori su base trimestrale, in maniera lineare e consecutiva, al calo congiunturale del I trimestre, pari allo 0,3% (in comparazione con il IV trimestre 2022), ne ha fatto seguito uno maggiore, di 1,2 punti (in comparazione con il I trimestre 2023).

Confrontando questi valori con quelli del medesimo periodo 2022, in un parallelo temporale, risulta comunque una riduzione nel volume della produzione, ma in maniera disomogenea.

Se nel I trimestre 2023 il calo è leggero (-0,6% rispetto a gennaio/febbraio/marzo 2022), la maggiore contrazione comparativa è avvenuta nel periodo primaverile, con un crollo di 4,8 punti.

Nel caso del comparto metalmeccanico, però, il downgrade è rimasto contenuto, sebbene si sia verificato ugualmente – seguendo un trend che, per forza di cose, si allarga a tutti i settori.

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Ebbene, analizzando la crescita della produzione, nel I trimestre del 2023 questa è risultata in diminuzione rispetto ai mesi precedenti, ma lievemente (-0,1%), mentre nella seconda metà del semestre la contrazione è arrivata a 0,5 punti – inferiore rispetto all’andamento generale, ma comunque negativa.

Analogamente, i valori sono in calo comparandoli con quelli del medesimo periodo 2022. È importante specificare, però, che si tratta di un dato relativo, frutto di una media.

In questa nuova ottica, le cose assumono un aspetto diverso: alcune voci hanno segnato un interessante aumento, mentre altre hanno portato al ribasso la media.

Comparando i valori del I semestre 2023 con i medesimi del 2022, si registra una crescita nella produzione industriale di “altri mezzi di trasporto” (+11,9%), autoveicoli e rimorchi (+8,5%), computer, radio TV, strumenti medicali e di precisione (+1,8%), macchine e apparecchi meccanici (+1,2%).

A questi numeri, però, si contrappone la negatività evidenziata per le attività della metallurgia (-7,8%), per le fabbricazioni di macchine e apparecchi elettrici (-4,6%) e per i prodotti in metallo (-3,7%).

L’interscambio commerciale

Il rallentamento delle dinamiche commerciali globali, riviste al ribasso, ha influito anche sul trend delle esportazioni italiane, con una contrazione maggiore rispetto alle aspettative, ma con valori comunque positivi.

In sei mesi, sono stati esportati complessivamente beni e servizi per 320 miliardi di euro, con una crescita di 4,1 punti rispetto al primo semestre del 2022 – sebbene il dato sia variabile, a seconda delle diverse categorie e dei valori medi unitari. È diminuito invece l’import (-6,4%): l’Italia ha infatti rivisto i suoi piani di acquisto per energia e beni intermedi.

L’andamento delle due contrapposte componenti ha realizzato, quindi, un surplus della bilancia commerciale nazionale, con un saldo positivo di 18,3 miliardi di euro.

Il trend è confermato anche per il comparto metalmeccanico, con un export semestrale pari a quasi 147 mld di euro, e un import di poco superiore ai 121 miliardi, con un saldo attivo superiore ai 25 mld di euro.

Tuttavia, sebbene le quote di fatturato destinate ai mercati esteri risultino positive, è evidente un trend di tendenziale rallentamento lineare, mese dopo mese, nelle vendite estere: nel II trimestre del 2023, l’export di metalmeccanica ha registrato un +4,4%, ma i trimestri precedenti avevano mostrato un andamento migliore (+7,8% e + 16,7% rispettivamente nel periodo gennaio/marzo 2023 e ottobre/dicembre 2022).

Allo stesso modo, con la stessa logica di crescita frenata, le importazioni hanno segnato un +1,8%, dopo un +3,9% del I trimestre 2023.

In linea generale, nei primi sei mesi del 2023 il prodotto metalmeccanico italiano ha difeso la sua posizione, sui mercati esteri e, dall’analisi dell’aggregato, solo la voce “metalli e prodotti in metallo” ha registrato una contrazione (-8,6%), mentre sono cresciute le esportazioni di mezzi di trasporto (+16,1%), di macchine e apparecchi meccanici (+12,3%), così come i beni del comparto computer, radio TV, strumenti medicali e di precisione, macchine e apparecchi elettrici, con valori mediamente in crescita di 5,5 punti.

Procedendo, invece, con una analisi geografica, nella prima metà del 2023 sono aumentati i flussi di vendita verso i mercati esterni all’UE (+9,9%), mentre si è registrata una crescita più moderata (+3,0%) verso i Paesi dell’Unione.

Le importazioni di metalmeccanica sono risultate in equilibrio tra due diverse correnti di provenienza, compensatesi tra loro: al +11,8% dell’import dagli Stati Membri si è contrapposta una forte contrazione (-10,2%) di acquisti extra UE.

I tre focus: occupazione, investimenti e materie prime

Al di là dei dati raccolti, sono stati principalmente tre i punti su cui si concentra la 167esima Indagine Congiunturale di Federmeccanica: occupazione, investimenti e materie prime.

Partiamo dal primo, che mostra importanti risvolti, ma anche preoccupanti problematiche. I livelli occupazionali, entro la fine del 2023, dovrebbero rimanere positivi, sebbene contratti rispetto al passato.

Molte imprese hanno però lamentato la carenza di personale qualificato, con una difficoltà oggettiva nel reperire adeguati profili professionali, che sappiano svolgere le attività aziendali.

Confermando il trend del 2022 (71%), anche in questa indagine il 70% delle imprese si trova nella condizione suddetta. E a poco serve investire in macchinari e innovazione, se poi non si hanno le risorse capaci di un congruo utilizzo.

Una buona parte delle imprese (42%) afferma di avere difficoltà nel reperire personale con competenze tecniche di base e tradizionali, mentre una impresa su 4 (27%) fa riferimento alle competenze trasversali – ovvero alla capacità di risolvere problemi, di prendere decisioni, di lavorare in gruppo, di comunicazione, di autonomia.

Le tecnologiche avanzate/digitali sono richieste dal 24% degli intervistati, mentre il 7% è alla ricerca di figure professionali con altre specifiche caratteristiche.

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La problematica occupazionale appare, quindi, come “un’emergenza nazionale”, secondo la federazione, e probabilmente bisognerebbe seguire l’esempio di Germania, Francia e Spagna, dove l’elevato numero di iscritti agli ITS facilita senza dubbio il reperimento di personale.

L’attenzione si sposta poi sugli investimenti, constatando come le difficoltà oggettive del momento odierno non abbiano smosso più di tanto l’ago della bilancia.

Nei prossimi mesi, infatti, le imprese intenzionate ad effettuare investimenti sono pari al 66% degli intervistati, percentuale simile (67%) a quella della precedente indagine. 

Le risorse finanziarie saranno destinate principalmente (30%) all’accrescimento del capitale fisso (capannoni, macchinari et similia), ma anche a investimenti in tecnologia e digitalizzazione (26%), come per Industria 4.0.

Il 21% delle imprese punta invece su ricerca e sviluppo, il 15% su formazione e solo il 6% sta pensando a un progetto di internazionalizzazione (comprendendo sia l’accesso ai mercati esteri che lo sviluppo dell’e-commerce).

Con riferimento, infine, al rincaro dei prezzi delle materie prime, il 68% delle imprese ha dovuto ammettere di aver subito un impatto significativo sul proprio business.

E, su questo punto, la competenza è prettamente istituzionale o, forse, arriva da ancora più su, nel riequilibrio delle logiche europee.

Proposte e prospettive sostenibili per la produttività

Sebbene molto probabilmente fosse già noto, nell’ambiente, c’era ancora qualche speranza che i dati della 167esima Indagine Congiunturale risultassero diversi.

E, invece, hanno comunque lasciato un po’ di amaro in bocca. Indubbiamente potevano essere migliori ma, razionalizzando il tutto, e contestualizzandolo al momento economico, si raggiunge comunque un livello di sufficienza.

È anche fisiologico che i trend rallentino, soprattutto in un periodo come quello attuale, ancora incerto e in fase di consolidamento.

E, allora, come si reagisce a questa doccia tiepida? Sciorinando il problema e analizzandolo nel dettaglio. Ma anche agendo. Durante l’Assemblea di settembre 2023 è infatti emersa l’esigenza di formalizzare, attraverso cinque progetti strategici, un Patto per la produttività, partendo proprio dalle sensibilità emerse.

Per affrontare la faccenda occupazionale bisogna agire dal basso, dalle scuole, prevedendo più ore dedicate alla metodologia laboratoriale. Ma, al di là della qualità, c’è anche il problema quantità, con un’offerta lavorativa inferiore alla domanda, causato dal calo demografico.

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Con la gestione dei flussi immigratori il problema potrebbe forse essere risolto, almeno in parte, senza dimenticare l’allineamento delle percentuali nel rispetto delle quote rosa. È poi necessario attivare politiche che favoriscano la crescita delle imprese, che sono ancora piccole: il 95,5% conta meno di 50 dipendenti.

C’è poi la questione della profittabilità, con un costo del lavoro troppo elevato e la necessità di tagli al cuneo fiscale, con forme di decontribuzione per le imprese senza impatti negativi sulle pensioni. Ma, fondamentale su tutto, è la cultura del lavoro e una sua promozione.

Non esiste solo la fabbrica, dove si svolgono compiti anche fin troppo pesanti, ma ci sono tante occupazioni ad alto contenuto professionale. Infine, l’attenzione va all’innovazione: secondo la Commissione Europea il Bel Paese è moderatamente innovatore, con una accezione negativa.

Non è infatti definito “fortemente”, come gli altri suoi pari. E lo conferma anche un’ulteriore indagine di Federmeccanica, secondo cui il 57% delle imprese intervistate non ha usufruito degli incentivi per la spesa in ricerca e sviluppo, non avendone necessità ed esigenza. E, proprio questo, non è un dato incoraggiante.

Interessante, invece, la proposta avanzata in vista del prossimo rinnovo del CCNL, che riguarda le tematiche ambientali, sociali e di governance (ESG).

Si inizia finalmente a parlare di un adempimento delle norme contrattuali per il raggiungimento di standard qualificati in termini di sostenibilità. E questo, invece, sarebbe davvero un grande passo in avanti.

LA GEOGRAFIA DI VENDITE E ACQUISTI
Entrando nel dettaglio Paese, Spagna e la Francia hanno assorbito la maggior quantità di beni italiani del settore metalmeccanico, mostrando valori in crescita, rispettivamente con un +8,9% e un 5,2% rispetto al medesimo periodo del 2022.

Diversamente, le vendite alla Germania – storicamente importanti, con una buona fetta sul totale globale, pari al 15% dell’export italiano all’estero – non hanno mostrato le solite performance brillanti, crescendo poco più di 2 punti, mediando tra il +26,2% dei mezzi di trasporto e il -18% di metalli e prodotti in metallo.

Nell’intera UE, invece, è risultato positivo il trend di vendita relativo a macchine e apparecchi meccanici, con un valore medio di +11,6%, mentre le altre voci del comparto metalmeccanico si sono attestate su una crescita del 6%.

Fuori dall’UE, sono rimbalzate, prepotentemente, le esportazioni verso la Turchia (+27,7%) l’India (+18,5%), il Giappone (+7,4%), il Regno Unito (+6,1%) e la Svizzera (+3,3%). Contratto, però, l’export con destinazione Russia (-32,3%) e Cina (-4,5%). 

L’attenzione, per il comparto metalmeccanico, va focalizzata però sul mercato statunitense, verso il quale l’export è cresciuto di 11,4 punti, rispetto ai primi sei mesi del 2022.

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