Materie prime: cresce la richiesta di una filiera europea

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L’appello di Assofond: «L’industria di base è fondamentale per salvaguardare l’autonomia strategica dell’Unione europea e accelerare la transizione ecologica».

Programmare grandi investimenti a medio termine per sviluppare una filiera europea delle materie prime e mettere l’industria al riparo dai rischi legati alle incertezze geopolitiche che possono compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato da Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, in occasione del convegno “Materie prime, quale futuro?”, organizzato in occasione dell’assemblea annuale delle imprese associate svoltasi lo scorso 21 giugno a Soave, in provincia di Verona.

Gli interventi

«Da ormai diversi mesi – ha sottolineato nel suo intervento introduttivo il presidente di Assofond, Fabio Zanardiconviviamo con un mercato fiacco, e non vediamo per il momento prospettive di un’inversione di rotta. Gli investimenti nei principali settori di destinazione dei nostri prodotti sono fermi. Un atteggiamento attendista che si spiega con le numerose incertezze che stiamo vivendo in questo periodo: da un lato le incognite legate all’orientamento che assumerà la prossima Commissione europea, dall’altro quelle sull’esito delle elezioni americane di novembre, sugli sviluppi del conflitto in Ucraina, sulle mosse delle banche centrali ancora alle prese con molti dubbi circa l’avvio di un consolidato percorso di tagli al costo del denaro».

Sullo sfondo di un quadro di mercato non certo roseo per le imprese del settore – che in Italia conta circa 900 aziende, con 23.000 addetti e un giro d’affari complessivo da 7.6 miliardi di euro – il percorso di transizione ecologica avviato dall’Unione europea che, nel breve volgere di qualche anno, mira a rendere l’Europa il primo continente al mondo ad azzerare le emissioni climalteranti. Un processo ormai avviato, che impone però, per garantirne il successo, la necessità di ridare slancio all’industria, unico settore in grado di garantire gli investimenti e le tecnologie necessarie al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità fissati per i prossimi anni.

«La transizione ecologica – ha continuato Zanardiè la sfida più grande che abbiamo di fronte e tutti dobbiamo fare la nostra parte per uscirne vincitori. Le fonderie, oggi più che mai, rappresentano un anello chiave della decarbonizzazione, dato che producono componenti fondamentali per realizzare, ad esempio, pale eoliche e centrali idroelettriche per produrre energia green, mezzi di trasporto sempre più leggeri e a basse emissioni, macchinari di vario tipo in grado di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni manifatturiere… e l’elenco potrebbe continuare a lungo. In Italia, peraltro, abbiamo già fatto molto per ridurre l’impronta ambientale del nostro processo produttivo, con investimenti in campo ambientale che, mediamente, cubano per oltre il 20% sul totale. Per proseguire su questa strada, tuttavia, è necessario che in Europa si rimetta al centro dell’attenzione l’industria di base, inclusa la produzione di materie prime, che oggi avviene in larghissima parte al di fuori dei confini dell’Unione, con tutti i rischi e le incognite che ne conseguono».

L’appello di Assofond si colloca nell’alveo di quanto richiesto a gran voce dalle oltre mille organizzazioni europee – fra cui, appunto, Assofond – che hanno sottoscritto la Dichiarazione di Anversa per un accordo industriale europeo: un richiamo urgente ai decisori politici perché si rivitalizzi il panorama industriale continentale, con l’obiettivo di accelerare il Green Deal, garantire che l’industria rimanga competitiva a livello globale e mantenere posti di lavoro di qualità per i cittadini europei.

«Investire nell’industria di base e nelle materie prime – ha aggiunto Zanardiè il presupposto essenziale perché il Green Deal abbia successo. Può sembrare controintuitivo, ma non lo è: oggi ci approvvigioniamo in larga parte di materie prime provenienti da paesi extraeuropei ostili o potenzialmente tali, che vengono prodotte generando importanti impatti ambientali. La sicurezza degli approvvigionamenti, di conseguenza, è costantemente a rischio e l’impronta ambientale dei prodotti europei, pur realizzati con le migliori tecnologie disponibili, è appesantita dalle emissioni generate per produrre le materie prime e trasportarle da paesi lontani. Pensiamo alla ghisa in pani, fondamentale per tutta l’industria meccanica, per realizzare importanti infrastrutture come quelle idriche e per fabbricare componenti indispensabili per produrre energia green. La maggior parte viene dalla Russia, ma già sappiamo che a partire dall’anno prossimo se ne potrà importare solo una quantità limitata, che sarà poi azzerata dal 2026. Non discutiamo le sanzioni, che sono necessarie e sacrosante. Ma bisogna pensare a come garantire le forniture all’industria. A oggi le alternative sono lontane e costose: Sud Africa, Brasile e poco altro. Sempre nel 2026, poi, la piena operatività del CBAM renderà ancora più oneroso l’approvvigionamento di questo materiale da paesi extra Ue. A questo punto abbiamo due vie fra cui scegliere: quella dell’inerzia, che porterebbe nel giro di qualche anno alla fine dell’industria europea, sopraffatta dalle produzioni asiatiche realizzate con la ghisa russa acquistabile a basso costo, e quella degli investimenti e dell’innovazione, che potrebbe invece creare una filiera europea delle materie prime a basso impatto ambientale e ridare così slancio non solo a un settore industriale, ma a un indotto sterminato, oltre che favorire la transizione ecologica. Le tecnologie ci sono: serve la volontà di favorire gli investimenti in un settore strategico e di programmare a lungo termine, anche se oggi potrebbe sembrare poco conveniente».

Un quadro, quindi, che evidenzia in modo chiaro come transizione ecologica e investimenti nell’industria di base non siano principi contrapposti, ma anzi complementari, come evidenziato nel corso del convegno anche da Paolo Kauffmann, ceo di Matherika Group e fondatore di FARO Club, community dedicata al risk management e alle politiche di ottimizzazione degli acquisti di materie prime: «Sono state le politiche green ad aumentare i prezzi delle materie prime e a innescare il processo inflattivo? Questa sembra essere la risposta in voga da parte di molti osservatori. In realtà sotto la superficie, il processo di deglobalizzazione ha riportato il mondo indietro alle sue origini. Da una fase di denaro a costo zero e materie prime a costi globalizzati siamo tornati alla normalità: muovere materie prime costa, è rischioso e l’attività è molto influenzata dalla geopolitica. Ma la battaglia europea è tutt’altro che persa e deve essere solo reinventata secondo chiavi di lettura nuove che diano spazio ai giovani talenti e alla cultura millenaria europea».

«I mercati internazionali di minerale, rottame e ghisa – ha affermato Emanuele Norsa, responsabile contenuti di Siderwebstanno vivendo un periodo di grande trasformazione. La competizione per l’approvvigionamento di queste materie prime per i player italiani sarà in continua crescita, con potenziali nuove tensioni sul mercato nel breve e medio periodo. Il rottame, in particolare, sarà sempre più richiesto nei prossimi anni, dato che crescerà la produzione europea di acciaio da forno elettrico. Occorre quindi attrezzarsi per gestire il nuovo scenario che ci troveremo di fronte nei prossimi anni».

«L’approvvigionamento di ghisa in pani, rottami di acciaio e alluminio – ha spiegato il Prof. Carlo Mapelli, docente di metallurgia al Politecnico di Milano, che sono le materie prime necessarie per sostenere la produzione delle fonderie, sconterà nei prossimi anni criticità in funzione dei vincoli legati al processo di decarbonizzazione, alle regole tariffarie imposte dal CBAM, alle tecnologie disponibili e alle fonti di energia utilizzabili e sostenibili sia da un punto di vista economico sia ambientale. Per non subire passivamente tendenze di mercato che possono minare la competitività delle imprese nel prossimo decennio, è possibile investire a diversi livelli in tecnologie che possono permettere la produzione di queste materie prime in Europa con ridotti impatti ambientali. Esiste la possibilità di realizzare il preridotto utilizzando gas naturale o idrogeno, abbattendo le emissioni di CO₂ rispetto a quanto avviene durante la convenzionale produzione di ghisa negli altiforni. Ancora, esiste lo smelting, che può essere attuato con il biocarbone o anche con carbone fossile nel momento in cui la CO₂ viene sequestrata. Si tratta di opzioni diverse, con costi e applicabilità differenti, e nel quadro della transizione green ogni contesto geografico dovrà scegliere la propria soluzione e programmare di conseguenza gli investimenti necessari».

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