Covid-19, com’è cambiata la supply chain?

Nei primi sei mesi del 2020, quelli più penalizzati dal Covid-19, le esportazioni italiane nel settore della meccanica sono calate in quasi tutti i mercati di sbocco, portando alcune imprese a modificare la propria strategia per l’export e a ridisegnare la mappa globale della catena di distribuzione.

Un tonfo senza precedenti. Un calo a doppia cifra, pari a 3 miliardi di euro di fatturato in meno, un quinto del totale. Le esportazioni italiane di meccanica nei primi sei mesi del 2020, quelli più penalizzati dal Covid-19, sono calate in quasi tutti i mercati di sbocco, con rarissime eccezioni. Sono queste le conclusioni che emergono leggendo i dati sul primo semestre del 2020 diffusi da ANIMA, la Federazione delle associazioni nazionali dell’industria meccanica varia, parte del sistema Confindustria, con oltre un migliaio di imprese associate e 221 mila addetti in tutta Italia.

La meccanica è uno dei settori industriali a maggior vocazione estera per l’Italia. L’anno scorso, su un fatturato totale di 48.7 miliardi, il 58,3% è stato realizzato grazie alle esportazioni. La domanda proveniente dai paese stranieri è dunque fondamentale per l’intero comparto, e il lockdown partito dalla Cina, intrapreso subito dopo dall’Italia ed emulato a catena da mezzo mondo ha dato una botta senza precedenti al commercio mondiale. Sebbene molte imprese nostrane siano rimaste aperte, anche se a ranghi ridotti, la domanda di prodotti dall’estero si è impiantata. Vuoi per le restrizioni sull’export, vuoi per gli iniziali timori legati alla capacità del virus di resistere sui materiali (quasi subito smentita dalla comunità scientifica), vuoi per l’aumento dei dazi iniziato in epoca pre Covid, la domanda di meccanica made in Italy si è drasticamente ridotta nei primi sei mesi dell’anno, portando alcune imprese a modificare la propria strategia per le esportazioni, a ridisegnare la mappa globale della catena di distribuzione.

Verso la rilocalizzazione delle produzioni

«La pandemia porterà ad una rilocalizzazione delle produzioni, così come delle forniture. Non ci sarà più solo la Cina, ma tanti Paesi di approvvigionamento più vicini. E il focus non sarà più solo sull’efficienza di questi ultimi, ma sulla sicurezza», ha detto di recente Alberto Forchielli, imprenditore con 35 anni di esperienza nello sviluppo di affari internazionali, sia in ruoli pubblici che privati, uno dei più popolari esperti italiani di mercati asiatici.

Insomma, nessuno tra gli imprenditori ancora parla apertamente di reshoring – cioè di riportare in patria produzioni delocalizzate in passato – ma il Covid potrebbe aver innescato un effetto domino con conseguenze ancora poco prevedibili sul lato della distribuzione dei prodotti. Perché il blocco momentaneo di una nazione, come è avvenuto ad esempio in Cina nell’inverno scorso, ha creato problemi di fornitura inediti per chi era troppo dipendente dal Dragone o da altri stati, e nessuna industria vuole sperimentare di nuovo qualcosa del genere. Per questo gli esperti, prendendo in prestito l’espressione dal mondo della finanza, parlano di diversificare il rischio. Cioè di scegliere, invece che un unico fornitore basato in un paese, diversi centri di approvvigionamento dislocati in zone differenti del mondo. Così che un blocco della circolazione in Asia, ad esempio, non abbia ricadute nefaste sull’interno business globale di un produttore, come invece è avvenuto in alcuni casi durante il lockdown cinese.

Il 2020 secondo ANIMA

I dati raccolti da ANIMA fotografano quanto è avvenuto nei primi sei mesi del 2020. Il calo delle esportazioni, a livello generale, è stato del 19,7% se confrontato con il primo semestre del 2019. Significa che le oltre mille aziende associate ad Anima hanno fatturato 12.34 miliardi di euro rispetto ai 15.37 miliardi dell’anno prima. Una perdita secca di 3 miliardi di euro, trainata dai cali registrati in alcuni dei mercati storicamente più affidabili per l’Italia. Gli Stati Uniti rimangono infatti la prima destinazione della meccanica italiana con 1.29 miliardi di euro di scambi commerciali nel primo semestre 2020, ma il crollo è stato pesante: -21,9% rispetto allo stesso periodo del 2019. La Germania, che mantiene il secondo posto tra i paesi di destinazione export, ha fatto -17,8%. La Francia ha seguito con -17,5%, ancora peggio è andata per chi vendeva molto nel Regno Unito (-23%), in Spagna (-25,5%), in Turchia (-26,4%) e in Canada (-34,4%). Invece la Cina, prima nazione a fermarsi a causa del virus, non ha subito un colpo del genere. L’export verso Pechino si è contratto solo del 5%, per via dei progetti strategici in corso tra i due paesi, primo fra tutti quello chiamato “Via della Seta” che vede l’Italia come il punto di approdo del made in China nel Mediterraneo.

Marco Novicelli, presidente di ANIMA.

Nella pioggia di segni meno sull’export in tempi di Covid, fanno eccezione solo Arabia Saudita e Romania, le uniche nazioni in cui la meccanica italiana ha aumentato il fatturato in questi primi sei mesi dell’anno. «I paesi di tutto il mondo sono stati colpiti dalla pandemia, portando a una situazione di instabilità mondiale e di regressione economica – è il riassunto del presidente di ANIMA, Marco Novicelli. L’industria meccanica italiana è sicuramente uno dei settori maggiormente colpiti da questa crisi. Ci preoccupa in modo particolare la riduzione delle esportazioni che sono sempre state l’ancora di salvezza e il motore trainante delle nostre aziende quando la morsa della crisi economica si stringeva».

Se è vero che il Covid-19 porterà a una ricollocazione delle produzioni e delle forniture, sarebbe un ulteriore passo verso una nuova globalizzazione, con una distribuzione della catena del valore più variegata. Questione di necessità contingente, perché le dogane rischiano di chiudersi più spesso durante un’emergenza sanitaria, ma anche una tendenza che potrebbe diventare di lungo periodo, almeno per chi crede che il reshoring – cioè il vero e proprio ritorno a casa di produzioni spostate in passato all’estero – non sia solo un fuoco fatuo. I dati sono ancora contrastanti, ma indicano forse un inizio di percorso.

La fotografia scattata da ANIE

Secondo l’ultima ricerca sul tema pubblicata nel 2018 dall’ufficio studi dell’ANIE, il 24% delle imprese intervistate ha dichiarato di aver intrapreso processi di delocalizzazione produttiva negli ultimi anni, soprattutto in Cina e in Est Europa. Al contempo il 19% delle realtà della meccanica italiana – in aumento netto rispetto al 2014, anno dell’ultima ricerca sul tema di ANIE – ha detto di aver in qualche riportato produzioni in Italia nello stesso periodo, sempre da Cina ed Est Europa. Segno che ci sono due diverse strategie in corso, che vanno in senso uguale ma contrario. La tendenza a spostare la produzione in nazioni con costi del lavoro più bassi resiste, ma al contempo stanno aumentando i gruppi che fanno reshoring. Quelli che riportano a casa le produzioni. E non è solo perché negli anni i costi del lavoro e della logistica in Cina o in Romania sono aumentati. «Tra le principali cause – dice l’ufficio studi dell’ANIEci sono «le necessità di vicinanza a fornitori e clienti in logiche di filiera, maggiori competenze di capitale umano e dei centri di Ricerca e Sviluppo in Italia». Il Covid, forse, aggiungerà un altro elemento alla lista: una maggiore sicurezza delle forniture.

Vicino è meglio

«In questo periodo di Covid, noi paradossalmente abbiamo aumentato le esportazioni in Europa. Nei primi otto mesi dell’anno le nostre vendite in Paesi come Germania, Polonia, Romani, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lituania e Lettonia sono cresciute con punte del 20 % rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e questo perché alcuni grandi distributori dislocati in queste nazioni, che in passato compravano soprattutto componentistica fatta in Cina, ora acquistano da noi».

Fabrizio Leoni, amministratore delegato di Eurotrol.

Fabrizio Leoni, 44 anni, è l’amministratore delegato di Eurotrol, casa di Settimo Milanese che produce componenti per il trattamento delle acque. Con un fatturato di circa 25 milioni di euro nel 2019 e 43 dipendenti all’attivo, quasi esclusivamente basati in Italia, Eurotrol vende le sue soluzioni in oltre 60 nazioni affidandosi spesso a dei distributori. Ed è proprio nella catena di distribuzione che Leoni ha notato delle nuove tendenze durante questo 2020.

Fabrizio Leoni, voi quindi non siete stati danneggiati economicamente dalla pandemia?

Lo siamo stati, infatti il nostro fatturato è in calo rispetto all’anno scorso, ma la diminuzione degli ordini ha riguardato soprattutto l’Italia e in generale la domanda di componenti per il trattamento delle acque che arriva dal settore della ristorazione. L’export, invece, soprattutto nell’Est Europa, è cresciuto bene e ha compensato parzialmente le perdite subite sul mercato interno“.

Quali fattori vi hanno permesso di aumentare l’export nell’Est Europa?

Con lo scoppio della crisi sanitaria è iniziato un riavvicinamento all’Europa di alcune grosse società, intendo quelle con oltre 50 dipendenti, che prima si rifornivano quasi interamente dalla Cina. Queste imprese sono tornate a comprare da distributori europei che si riforniscono da aziende come la nostra“.

Perché, secondo lei?

Il Covid ha aperto gli occhi. Molti si sono resi conto che è meglio tenere un piede vicino ai mercati di sbocco, meglio avere fornitori vicini geograficamente, perché se dovesse essere imposto di nuovo un blocco logistico come quello che abbiamo sperimentato in primavera nessuno vuole più rimanere tagliato fuori. È come se il Covid-19 avesse dato un’accelerata improvvisa a un fenomeno che forse era già iniziato, quello del ricompattamento dei blocchi geografici. Se prima la globalizzazione era a 100, oggi forse siamo a 60. Voglio dire che la Cina sta producendo sempre di più per il mercato interno, lo stesso fanno gli Stati Uniti e l’Europa“.

Crede che sia una tendenza destinata a durare?

Penso proprio di sì. Il fenomeno è iniziato con il lockdown, è stato innescato dai problemi di consegna che moltissime aziende hanno avuto, incluso la nostra, ma sta continuando. Questo discorso vale di sicuro per le aziende che costruiscono impianti per il trattamento delle acque e per i distributori di componentistica“.

E negli altri settori della meccanica industriale?

Chiaramente non lo dico per esperienza personale, ma sulla base di quanto mi hanno raccontato altri imprenditori mi sembra che la tendenza valga un po’ per tutto il comparto. Faccio l’esempio di Whirpool, un grande gruppo multinazionale. Prima dello scoppio della pandemia le schede elettroniche delle lavatrici erano prodotte totalmente in Cina. A marzo lì hanno dovuto chiudere gli stabilimenti, di conseguenza è stato necessario trovare alternative di produzioni in Europa. Chiaro, il prezzo sarà un po’ aumentato, ci sarà stato un riallineamento dei costi, ma la lezione che tutti traggono è che non si può essere così sbilanciati su fornitori basati in posti troppo lontani. E non è solo una questione legata alla Cina. Secondo me Pechino ha solo dato il là alla nuova tendenza. Dopo la Cina hanno chiuso tanti altri paesi, dagli Usa a Taiwan, quindi tutte le imprese con forniture concentrate in un’unica zona del mondo si sono rese conto che questo può diventare un grosso problema“.

Crede che questo riavvicinamento all’Europa della catena di distribuzione porterà anche ad aumento dei fenomeni di reshoring?

Non è il nostro caso perché produciamo già tutto in Italia, ma credo che molti imprenditori stiano pensando di riportare in patria le produzioni in Italia. Il dubbio è su quanti lo faranno davvero, perché serve solidità finanziaria e sostegno dal governo. I costi del lavoro da noi sono ovviamente maggiori rispetto a quelli di altre nazioni, ma quello che davvero manca al momento credo sia il sostegno delle istituzioni“.

I finanziamenti per le imprese garantiti dalla Sace non aiutano?

Sono molto validi, in teoria, ma oltre a essere difficilmente accessibili, la documentazione da presentare è corposa e i finanziamenti vengono erogati solo a chi ha rating bancari già alti, puntano più sull’export. Il finanziamento garantito si ottiene più facilmente se vuoi aprire una filiale di vendita o una produzione all’estero, piuttosto che in Italia. Mi sembra insomma che il primo a non credere nel reshoring sia il sistema bancario italiano, almeno finora“.

di Giovanni Piede

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