Tutte le risposte sul fenomeno del reshoring

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Analizziamo il fenomeno del reshoring che sta interessando molte aziende alle prese con il post-pandemia e più recentemente con le conseguenze del conflitto russo-ucraino sull’economia dei paesi.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. E’ certamente una delle frasi più sentite e più ricorrenti utilizzata in chimica ma anche in altre occasioni. Lavoisier, chimico e fisico francese, vissuto dal 1743 al 1794 è l’autore di questo enunciato. Possiamo farlo nostro per spiegare un fenomeno come il reshoring che vede ritornare nel paese di origine l’attività di un’azienda che in precedenza era stata delocalizzata in altri Paesi.

Nulla si crea. Certamente non siamo come genere umano in grado di creare, ma abbiamo possibilità infinite di generare, tutto, anche teorie economiche e di qualità della nostra vita, che hanno visto negli anni passati rincorrere il miraggio di una produzione lontana da casa, al prezzo più basso possibile, rimpatriata, e venduta come un bene di lusso. In Emilia vige un modo di dire: “Non si può avere la botte piena, la moglie ubriaca e l’uva sulla vigna”, non è possibile neanche per gli operosi emiliani.

Abbiamo nei decenni passati, cavalcato questo fenomeno come un nuovo modo per conquistare territori, zone del mondo, puntando sulla necessità dei paesi che costretti da situazioni economiche interne ingenti ci hanno accolto, sulla avarizia di guadagnare sempre di più e reinterpretando un modello antico di conquista mixando il far west, con le spinte dei conquistatori passati, le mire espansionistiche e il “modello imperiale di alcuni Paesi”, cosi come direbbe una parte della nostra società moderna.

reshoringAbbiamo assistito a tutto. Modelli virtuosi, modelli improduttivi. Abbiamo visto paesi e aziende capaci di gestire un simile globale processo e paesi e aziende che dopo soli pochi anni, con un dispendio importante di risorse economiche aziendali, rovinosamente, sono tornati sui propri passi. Dopo tutto non ci si improvvisa conquistatori.

E’ un lungo processo di preparazione per avvicinamento costante ma graduale al traguardo che si vuole raggiungere, cosi come fanno giustappunto le multinazionali. E alle loro spalle ci vuole un sistema capace di supportare questi percorsi. Fortunatamente, come già detto, nulla si crea ma anche nulla si distrugge.

Nella società a noi contemporanea stiamo pertanto assistendo a fenomeni di ritorno in “patria” delle attività delocalizzate all’estero, nei paesi a volte più disparati, da parte delle aziende europee, quindi anche italiane, ma anche ad esempio da parte del sistema produttivo statunitense.

Ovvero, siamo spettatori del già menzionato fenomeno del reshoring.

Le motivazione del reshoring

Quali sono le motivazioni per cui, a un certo punto, le aziende che, fino a poco tempo prima, avevano cavalcato con fierezza e determinazione i mercati esteri per andare a produrre, oggi siano stati i primi a tornare sui propri passi?

Le motivazioni sono di certo molteplici, non generalizzabili, riconducibili alle politiche industriali delle singole aziende e dei singoli Paesi.

Proveremo qui a individuarne alcune. In primo luogo poiché diversi di noi, nel corso degli anni, hanno scambiato la globalizzazione fisica e digitale per uno strumento facile da usare e maneggiare.

Abbiamo pensato: “se è sufficiente un click del mouse per essere presenti a Hong Kong o a Brasilia, potrebbe non essere cosi difficile esportare all’estero, insediarsi in un mercato diverso dal nostro, impiantare un’azienda e produrre in località non consuete”.

reshoringAccostamento non corretto. Perché territori, paesi e distretti industriali diversi dal nostro, sono, appunto, diversi.

Bisogna conoscerli, viverli, capirne le potenzialità, sceglierli in base a cosa è più strategico per la singola realtà imprenditoriale, scegliere i dipendenti capaci di vivere realtà diverse dalla propria dimora o città in cui magari sono nati e vissuti, e soprattutto eliminare dalle proprie convinzioni, quella che sostiene che il processo di acquisizione e elaborazione delle informazioni attraverso le quali elaborare la strategia di investimento diretto estero, debba essere a costo nullo o quasi ed eliminare dal proprio mindset che la produzione di un prodotto, manufatto, che costi meno rispetto a produrlo nel paese di partenza dell’azienda, debba necessariamente corrispondere a produrlo in un stabilimento realizzato e gestito al minor costo possibile.

L’abbinata dei due fattori spesso ha comportato il fallimento delle operazioni di delocalizzazione di molte aziende.

Si può produrre un prodotto in un’area del mondo a basso impatto economico ma produrlo in uno stabilimento tecnologicamente avanzato e con processi interni molto simili a quelli che magari si sono implementati nell’headquarter.

I maggiori casi di rilocalizzazioni

La globalizzazione digitale

Essere presenti su internet, sui social, avere un carrellino sul proprio sito, non è sinonimo di aver scelto strategicamente l’e-commerce come modello di business.

Quante aziende (ad esempio dei settori food o fashion) pur implementando la parte commerciale del sito web, di fatto non raggiungono risultati eclatanti per mancanza di personale adatto alla gestione di questa specifica divisione e, ancor più, di una vera strategia, ignorando completamente che alla base dell’e-commerce sia la logistica, e non il “carrello”, a permettere l’incremento di fatturato?

Reshoring pandemico

Sì la pandemia ha evidenziato quanto siamo dipendenti dalle produzioni provenienti da altri Paesi e quanto il sistema logistico debba essere ripensato e rimodulato, ma soprattutto quanto debba essere ripensato il modello produttivo mondiale.

reshoringIn un marketplace dove quasi otto miliardi di persone, sono rimaste chiuse in casa per mesi, le merci per produrre i nostri prodotti, hanno subito rallentamenti e rincari a dir poco vertiginosi.

Produzione lontana, logistica e scarsa implementazione dei sistemi per produrre tecnologie per il funzionamento o la manutenzione a distanza, hanno generato i fenomeni che noi tutti conosciamo.

I conflitti bellici, le sommosse e rivoluzioni, le condizioni climatiche e le diverse strategie di generazione e gestione dell’energia e delle materie prime, completano il quadro e danno motivazioni per riportare in casa le attività al fine di raggiungere una maggiore velocità e controllo produttivo.

Ebbene, tutto questo determinerà la fine degli investimenti produttivi esteri? Non è ipotizzabile, non corrisponderebbe alla realtà.

Questi alcuni numeri: i maggiori casi di rilocalizzazioni provengono da aziende basate nel Regno Unito (17%), Italia (15%), Francia (14%), Danimarca (8%), Norvegia (8%) e Germania (7%).

Un fenomeno quindi esistente, in crescita, ma è anche in atto sapientemente un processo di aggiustamento delle strategie aziendali in modo da ottimizzare gli investimenti fatti nell’aprire all’estero, gestire al meglio l’intero ciclo produttivo, conquistare quote di mercato sempre nuove, anche grazie alla presenza su territori stranieri.