Mobilità futura, come reinterpretare la filiera automotive

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L’impatto dei veicoli elettrici o a idrogeno genererà nuove esigenze produttive che la filiera automotive può e deve cogliere. In Italia, in particolare, sarà necessario però ridurre la distanza tra produttori e supplier.

Il termine “mobilità” deriva dal latino e si intende la capacità e la facilità, quindi l’attitudine a muoversi sia da parte di persone e sia da parte di oggetti.

Oggi, spostarsi prende declinazioni diverse, contemplando anche la mobilità attraverso la digitalizzazione e l’informatizzazione di una parte della nostra quotidianità. Internet ci rende mobili e spostabili nel tempo e nello spazio.

E se aumentano le possibilità di spostarsi fisicamente e virtualmente, si incrementano le interazioni del genere umano, l’integrazione delle culture, la connessione tra le menti.

Vi domanderete: “cosa può centrare tutto ciò se il tema principale di cui si vuole parlare è la mobilità, magari la mobilità elettrica o a idrogeno, e il loro impatto sulla filiera automotive”?

Apparentemente sono argomenti diversi, una distonia quindi. La modalità con cui un mezzo, un’automobile si muove, è solo un aspetto secondario, uno strumento per raggiungere un fine molto più alto.

Se non vi è una strategia a monte, se non si conosce l’orizzonte verso cui ci si sta dirigendo, non avremo mai un chiaro, definito scenario.

La mobilità è il sangue di un corpo che si sta pian piano costruendo in alcune aree del mondo che andrebbero analizzate a fondo per comprendere come re-interpretare la filiera del settore automotive.

Ci stiamo dirigendo verso automobili dalla guida autonoma e sicura, capaci di dialogare con altre automobili.

Ecco, in alcune parti del nostro pianeta, stiamo andando verso città a zero emissioni di CO2, a onor del vero una esiste già; stiamo andando verso la digitalizzazione del processo progettuale delle nostre città che diverranno sempre più intelligenti; ci siamo incamminati verso lo spostamento delle persone e delle merci a velocità impressionanti che ci permetteranno di fare 100 km in soli 10 minuti a circa 1000 km/h.

Ci stiamo dirigendo verso automobili dalla guida autonoma e sicura, capaci di dialogare con altre automobili, capaci di intervenire e prevenire momenti critici durante la guida; automobili sempre più confortevoli, prestanti, con accorgimenti come la capacità di parcheggiare da sola o capaci di apprendere lo stile di guida della persona che la guiderà.

Vi sono sistemi attraverso i quali il “pilota” in una stanza virtuale, può simulare il proprio stile di guida, registrarlo su una semplice pendrive, per poi caricarla sulla propria autovettura la quale, ancor prima di uscire dall’autosalone, può salutarvi e avere nella sua memoria, il vostro stile di guida.

Conoscere il disegno più ampio

Si capirà ora quanto il dibattito sulla mobilità elettrica o a idrogeno e l’impatto sulla filiera, sia non di poca importanza ma certamente non esaustivo perché conoscere il disegno più ampio, permette la pianificazione delle attività da farsi in azienda.

Onde evitare di apparire come il criceto nella ruota, dove costui potrebbe girare praticamente all’infinito, senza alcuna crescita, ovvero ritrovarsi a modificare n volte  la propria azienda per adeguarsi ai cambiamenti in atto (“Combustione termica non più. Si all’elettrico. Forse meglio l’idrogeno, o addirittura l’aria” come sta valutando un’azienda francese), senza una vera strategia, rischiando di dover contemplare diversi cambiamenti aziendali e produttivi nel corso di pochi anni, forse sarebbe necessario elaborare un piano di attacco all’inquinamento generato dalla combustione termica all’interno di un disegno strategico di mobilità e di gestione degli spazi urbani ed extra urbani.

mobilitàSe non vi sarà la crescita di una convinzione ecologica, e acustica, non vi saranno radicali cambiamenti e spostamenti verso l’elettrico o l’idrogeno.

Infatti, l’accelerazione ricevuta da questi settori è stata determinata da alcune normative sempre più stringenti, che portano non a una crescita culturale, bensì al rispetto di normative internazionali che definiscano nuovi limiti alla circolazione per i veicoli diesel e benzina.

Oggi vi sono solo 2 milioni di auto elettriche in circolazione nel mondo contro i 600 milioni previsti entro il 2040 ma anche contro 1 miliardo di auto a benzina e diesel presenti in tutto il pianeta.

Paesi che si muovono con determinazione e altri invece che risultano più lenti.

Alla base, ormai, la convinzione di molti: il termico dovrà essere sostituto dall’elettrico e/o dall’idrogeno.

L’impatto sulla filiera

Ma quale potrebbe essere l’impatto di un simile cambiamento sulla filiera? Si modificherà. Certa componentistica non sarà più necessaria.

Certi prodotti per il settore automotive tradizionale, non si produrranno più. Certe competenze spariranno pian piano. Catastrofe? Niente affatto.

Adattamento darwiniano a un cambiamento inevitabile.

Nel 2030, cosi raccontano le previsioni, gli “elettrici” domineranno più della metà del mercato. Per l’esattezza, quell’anno in Europa si venderanno, secondo le proiezioni di AlixPartners6,5 milioni di auto elettriche, 3,5 milioni di ibride con ricarica alla spina e 4,9 milioni di ibride, contro i soli 7,1 milioni di veicoli a benzina e gli 1,9 milioni di mezzi diesel. Pertanto una vera opportunità.

Ovviamente la filiera va ripensata, rimodulata. Basti pensare che la “lista della spesa” ovvero la BOM (Bill of Materials) di un’auto termica, è di circa 4500 righe, quindi 4500 componenti.

Nel 2030, cosi raccontano le previsioni, gli “elettrici” domineranno più della metà del mercato.

Per un’auto elettrica il numero complessivo diminuisce, certo. Al contrario aumenterebbe se parlassimo di auto Mild Hybrid (+100 righe circa) e Ibride Plug in (+400) a causa anche della necessità di disporre di un doppio sistema di raffreddamento: uno per il pacco batterie e uno classico per il motore termico.

Di conseguenza, anche solo prendendo spunto da questa differenza, l’impatto dei veicoli elettrici o a idrogeno potrebbe generare nuove esigenze produttive che la filiera automotive potrebbe accogliere.

in Italia, però, ancora una volta, la  situazione è gestita non in maniera strategica.

Esprimiamo massime competenze nella ricerca ma abbiamo ancora un forte scollegamento tra produttori e supplier, siamo ancora troppo tradizionali.

Ecco perché sarà determinante cambiare andatura, accelerare i processi di trasformazione e diventare attrattivi al 100%.

Dovremo pensare di produrre non più auto cosi come Ford le concepì ma computer ecologici che permettano di muoverci nel mondo.

di Stefano Colletta