La transizione climatica: quali rischi per le aziende?

transizione climatica

Delineare eventuali disequilibri, derivanti dal processo di transizione climatica, potrebbe evitare possibili futuri problemi alle imprese, riuscendo a intervenire nei tempi e nei modi corretti.

Il cambiamento climatico risulta, oggi, al centro dell’agenda politica globale, acquisendo una rilevanza sempre più intensa nelle azioni governative delle istituzioni, ma anche degli stessi operatori finanziari.

Tutti i Governi sono impegnati nella realizzazione di azioni concrete che favoriscano una transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio, in base a quanto stabilito dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e dall’Agenda 2030 dell’ONU, per lo sviluppo sostenibile.

A livello europeo, la strategia ambientale è indirizzata dal Green Deal che ha, come obiettivo, il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050.

Sono tutti concetti molto belli ma, poi, di fatto, bisogna fare i conti con la realtà.

La transizione è, oramai, un processo irreversibile, con il quale tutte le aziende dovranno interfacciarsi.

È importante, però, comprendere oggi lo stato dei fatti, per prevenire – nei tempi e nei modi giusti – possibili disequilibri del sistema economico, evitando una crisi generalizzata.

Considerando quanto l’economia oggi sia connessa, preservare ogni settore significa evitare un danno a cascata su tutto l’indotto, con una difficoltà di poche imprese che si espande, poi, a macchia, su tutte.

Le principali tre tipologie di rischio

Assieme alle numerose opportunità che deriveranno dalla transizione verso un modello produttivo più sostenibile, ci saranno altrettanti rischi per il sistema economico nel suo complesso – come precisamente identificati anche dalla Banca Centrale Europea, nell’ambito di una transizione verso una economia low-carbon.

È appurato che la transizione verso un’economia a basse emissioni potrebbe generare, in misura più o meno permeante, e con un impatto più o meno diretto, una destabilizzazione delle imprese, con diversi livelli di rischiosità.

Secondo un recente studio condotto da Cerved – famosa agenzia di rating e Information Provider – potrebbero essere 35mila le aziende italiane che subiranno un danno dal processo di transizione ecologica.

transizione climaticaIl dato deriva da un incrocio di diverse variabili che, classificando i vari settori funzionalmente ai rischi connessi alla transizione, ha dato un quadro abbastanza chiaro della situazione.

Ma quali sono questi rischi? Il principale riguarda le perdite economiche: nel processo di aggiustamento verso un’economia a basse emissioni, con maggiore sostenibilità sotto il profilo ambientale, potrebbero verificarsi eventi che comportino la necessità di importanti investimenti, attraverso l’adozione di politiche climatiche e ambientali.

Pensiamo, ad esempio, a una tassazione sulle emissioni pesanti: in un caso simile l’impresa potrebbe essere costretta a ridisegnare un investimento importante per modificare i propri impianti produttivi, con il fine ultimo di abbattere le emissioni, riducendo i consumi energetici.

Si pensi anche a nuove preferenze dei mercati o alle innovazioni nel progresso tecnologico: anche in tutti questi altri casi l’impresa potrebbe perdere quote di mercato, qualora non allineata con le richieste e le esigenze, in un flusso produttivo che oramai sembra andare verso un’unica sostenibile (sebbene impegnativa) direzione.

Un altro rischio riguarda il credito, dove i fattori maggiormente preoccupanti sono individuati negli aumenti dei costi di adeguamento agli standard di efficienza energetica.

Questi potrebbero portare a un abbassamento della redditività aziendale e, in casi estremi già zoppicanti ex ante, potrebbero trasformarsi in una maggiore probabilità di default.

Si pensi, poi, alle stesse logiche di mercato, con la variazione dei prezzi che si flette a seconda della domanda e degli aggiustamenti endogeni.

In un caso simile, gli stessi fattori della transizione possono comportare una serie di rischi.

Un ulteriore aspetto, poi, riguarda il cosiddetto rischio di natura sistemica: con una transizione che preveda l’utilizzo di nuovi modelli eco-compatibili, alcuni rami aziendali o determinate attività imprenditoriali potrebbero risultare non più sostenibili, qualora non si attuasse un processo di adeguamento o diversificazione.

La tassonomia UE

Il rischio di transizione va analizzato anche con lo strumento della tassonomia UE, quella classificazione – sotto forma di lista – che stabilisce quali siano gli investimenti ritenuti sostenibili e quali no, dal punto di vista ambientale, in Europa.

La tassonomia UE è infatti di fondamentale importanza per la valutazione del rischio di transizione delle diverse attività economiche, e offre un quadro di riferimento per la valutazione; chiarisce quali attività possono essere considerate sostenibili, dal punto di vista ambientale, influendo così sulla crescita economica.

Allo stesso tempo, individua i comparti che potrebbero impattare negativamente l’ambiente e il clima.

Le attività presenti sono inserite seguendo tre diverse logiche di inclusione: quelle con bassa emissione di carbonio che contribuiscono in maniera diretta agli obiettivi di mitigazione e all’adattamento climatico sono considerate “eligible”.

Le “enabling” sono invece quelle che migliorano le performance ambientali di altri settori: pensiamo a un’installazione di impianti per le energie rinnovabili, a quanto condiziona poi il fine ultimo, che è la transizione.

Ci sono poi le “transitional” ovvero quelle attività che, seppur presentando elevati livelli di emissione, hanno un grande potenziale di ridurre i gas serra.

Settori come quello produttivo di acciaio, cemento o alluminio, inquinano in maniera forte ma, allo stesso tempo, possono fare la differenza, qualora optassero per un percorso green, attraverso una ristrutturazione ecologica dei propri impianti.

Le classi di rischio

Numerosi studi, tra i quali quello di Cerved, hanno analizzato i diversi rischi collegandoli alle diverse attività: è stato creato un sistema che, attraverso l’incrocio di variabili, riesce a classificare i diversi settori funzionalmente ai rischi connessi alla transizione.

Questo rischio di transizione viene, per semplicità, suddiviso in cinque classi: è frutto di indicazioni normative in ambito BCE e tassonomia UE, tenendo conto di una serie di dati emessi da importanti Enti (tra cui Terna, ISTAT, EU ETS e ISPRA), alla luce di condizioni economiche presenti e future.

Le cinque classi di rischio partono dalla tipologia “molto alto” e “alto”, che comprende i settori più esposti al rischio di transizione, le cui imprese potranno continuare a stare sul mercato solo riconvertendo la produzione o ristrutturando gli impianti produttivi.

Si pensi a tutte le imprese che operano nell’estrazione o lungo l’indotto dei combustibili fossili, a quelle energivore attive in ambito energetico non rinnovabile, a quelle dell’industria pesante o della filiera agricola.

Tutte queste saranno costrette a rivedere i propri investimenti, per potersi allineare con le nuove regole.

C’è poi il rischio medio che, in linea generale, riguarda tutto il comparto manifatturiero: le imprese saranno interessate in maniera minore ma dovranno comunque attuare una serie di investimenti per adeguarsi alle novità.

Il settore dei servizi, infine, è considerato a rischio trascurabile: tra questi c’è l’edilizia che, grazie agli importanti progressi, in ambito di riqualificazione ed efficientamento energetico, viene vista come precursore di opportunità, piuttosto che di rischio.

Fuori da ogni schema ci sono poi settori già green in partenza – come quello della distribuzione di elettricità e gas, o quello dello smaltimento e rifiuti – che operano già ex ante in ottica verde e nel rispetto dell’ambiente, secondo logiche e standard previsti dalla legge.

Per dare qualche numero concreto – in una macroanalisi che ha preso in esame un consistente campione di imprese, operanti in attività eterogenee che potessero quindi essere rappresentative dell’intero sistema economico italiano – diciamo che circa l’8,4% delle imprese (censito, quindi rappresentativo) opera in settori a rischio transizione elevato (alto o molto alto), con una forte esposizione creditizia.

Nella classe di rischio intermedia si colloca il 19,1% delle imprese mentre la maggioranza assoluta, il 71,7%, mostra una classe di rischio trascurabile.

Infine ci sono le imprese green, ancora troppo poche, con una percentuale inferiore all’1% (0,8 per la precisione): questo valore, a livello produttivo, può rappresentare un forte limite in ambito globale.

Rischio, dimensione e territorio: quali connessioni?

Analizzando il rischio di transizione in funzione della dimensione aziendale, noteremo come man mano che cresce l’impresa, aumenta anche l’esposizione al rischio, nell’ambito della transizione.

In realtà la connessione diretta tra rischio e grandezza è anche influenzata dalla struttura dei settori: ci sono attività particolarmente inquinanti – la produzione elettrica da fonti non rinnovabili, una su tutte – che per forza di cose possono essere gestite solo da società con elevato capitale e con una struttura produttiva di grandi dimensioni.

E, allo stesso tempo, la maggior parte delle attività che mostrano un trascurabile impatto per le emissioni – edilizia, costruzioni, servizi – hanno una struttura dimensionale medio piccola.

Si è constatato che, dall’analisi del campione, solo il 7,8% delle microimprese (con un numero di addetti inferiore a 10) opera in attività a elevato rischio transizione; ugualmente, le imprese piccole, con meno di 50 addetti, rappresenta il 9,8% sul totale a rischio, mentre la quota di medie (tra i 50 e i 249 lavoratori) sale al 12,7%.

transizione climaticaUn’altra variabile che incide sul rischio di transizione è l’aspetto territoriale, in un quadro particolarmente eterogeneo.

Il grado di esposizione al rischio riflette i diversi settori produttivi geografici e territoriali, funzionalmente alle economie locali.

Al Sud il numero di imprese con un elevato rischio di transizione è numeroso, maggiore di quello del Centro e del Nord.

Al secondo posto, come area geografica, si colloca il Nord Est mentre nelle regioni centrali il numero scende e l’area risulta la prima per presenza di realtà aziendali con un rischio trascurabile.

Nel Nord-Ovest, infine, solo il 7% delle società si colloca in una classe di rischio elevato. Volendo entrare nel dettaglio, è vero che in alcune province del Centro-Sud la bassa diversificazione produttiva e la forte specializzazione in comparti specifici ad elevato rischio – come automotive, siderurgico e petrolchimico – fanno crescere la percentuale.

Si stima che, di seguito alla necessità di riconvertire la produzione, nei prossimi anni numerose province centro meridionali dovranno affrontare seriamente i costi dell’ammodernamento green.

A Potenza e a Taranto, ad esempio, la rispettiva presenza di automotive e acciaieria influenzeranno gli investimenti, come a Livorno e Terni, invece, città specializzate nella siderurgia.

Allo stesso tempo, la suddivisione geografica opera anche con riferimento alla disponibilità delle risorse finanziarie da mobilitare, per investire nella riconversione ecologica di attività a rischio transizione: come immaginabile, il potenziale da investire è nettamente superiore nelle regioni settentrionali (14,8 mln su un totale di 20,6 mld – secondo i dati Cerved sul campione di imprese analizzato) mentre al Sud, dove però vi è maggior necessità di ammodernamento, la disponibilità è inferiore – con 2,6 mld. E questo potrebbe creare qualche difficoltà.

Il ruolo del sistema bancario

C’è da analizzare anche un aspetto terzo in tutto ciò, ovvero il ruolo del sistema bancario che si inserisce in questo ambito.

Il processo di rettifica, il cosiddetto aggiustamento verso un’economia a basse emissioni, potrebbe infatti rappresentare un fattore di rischio anche per gli istituti di credito.

Diventa quindi rilevante capire chi si sovvenziona, nel breve ma anche nel lungo periodo.

La stessa BCE, in ambito di due diligence bancaria, ha inserito due nuovi fattori: il climate change e la transizione.

Il primo elemento è considerato importante nell’analisi di default societario, perché afferisce al rischio climatico.

Un’impresa che presenta un elevato rischio climatico potrebbe subire danni e non essere solvibile, per la Banca.

transizione climaticaIl rischio transizione, invece, secondo la BCE destabilizza gli investimenti delle imprese, creando comunque un danno al creditore.

Le aziende potrebbero, infatti, non avere la disponibilità per finanziare i necessari interventi destinati alla riconversione produttiva.

O, anche peggio, in un’ottica bancaria, potrebbero non avere la liquidità per onorare i debiti, in una situazione di crisi causata dall’adeguamento necessario in ambito green.

Dunque, le novità in ambito transizione andranno a cambiare anche l’ottica del sistema di finanziamento, probabilmente inasprendo le regole per qualcuno, o alleggerendo gli oneri, per qualche altro.

Consideriamo anche che il sistema bancario arriva da un biennio di performance difficili.

La crisi pandemica ha ridotto di quasi 10 punti il fatturato delle aziende, nel 2020, e l’impatto sui ricavi ha assottigliato i margini delle imprese, con il contestuale abbassamento (-14,6%) dell’EBITDA, il margine operativo lordo che indica la redditività.

Con il sostegno statale, attraverso i vari Decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, è cresciuto il numero dei finanziamenti e dei debiti finanziari delle compagini italiane.

Il combinato dei due fattori ha ridotto la disponibilità di investimento da parte di privati e banche. In tutto ciò, lo stesso sistema bancario sta vivendo un momento di profonda trasformazione interna, con nuove ricollocazioni dei fondi e riallocazioni dei portafogli verso investimenti classificati come sostenibili.

Con la nuova consapevolezza degli investitori sull’impatto dei cambiamenti climatici, è cresciuta la domanda di prodotti che rispettino i criteri ambientali, sociali e di governance (ESG, environmental, social and governance).

Secondo i dati della Banca d’Italia, infatti, nel 2021 la raccolta dei fondi comuni gestiti da intermediari italiani orientata verso comparti che promuovono investimenti ESG è stata pari a 34 miliardi; il patrimonio di questi fondi ha raggiunto i 158 miliardi, quasi un quarto del patrimonio complessivo. Sembra proprio che ormai non si possa più fare a meno di un’ottica green oriented.

Eccezioni e asimmetrie

La crisi pandemica ha mostrato una natura fortemente asimmetrica, con effetti concentrati su settori particolari, anche a causa dei provvedimenti selettivi di chiusura o di restrizione, che hanno colpito alcuni comparti più di altri, diversificando le condizioni delle imprese.

Questo dettaglio ha influenzato anche la capacità di indebitamento e con riferimento alla questione “rischio transizione” ha nuovamente mostrato una tendenza variabile.

Infatti, le attività “a rischio trascurabile e medio” sono state particolarmente colpite, durante la pandemia, diversamente da quelle ad elevato rischio transizione, il cui numero di imprese con margini di indebitamento si è ridotto, nel 2020, rispetto al 2019 (- 2,3%).

un sistema, attraverso l’incrocio di variabili, riesce a classificare i diversi settori funzionalmente ai rischi connessi alla transizione.

Ci sono comunque le dovute eccezioni: tra le attività ad elevato rischio, i settori più colpiti durante la pandemia, con riferimento ai margini di investimento aggiuntivo, sono stati l’industria conciaria (-40,3%), la componentistica auto (-36,5%), e alcuni comparti dell’industria pesante – tra cui fonderia (-30,9%), metallurgia (-28%) e siderurgia (-26,7%).

Allo stesso tempo, il settore aerospaziale, la produzione di energia elettrica o la lavorazione dei metalli – tre settori a forte rischio transizione – nel 2020 hanno comunque segnato una crescita dell’EBITDA.

In conclusione…

La transizione non è un passaggio così semplice da realizzare: ha degli aspetti grigi e richiederà un sacrificio, più o meno serio, a quasi tutte le realtà aziendali.

Ci saranno sicuramente situazioni che creeranno problematiche e metteranno a repentaglio la sopravvivenza di alcune compagini aziendali.

Pertanto, è meglio capire subito cosa ci attende, delineando al meglio uno scenario da poter, eventualmente, correggere, anche grazie a un possibile (e agognato) futuro supporto istituzionale.

La transizione climatica, infatti, richiede importanti decisioni di politica economica, normativa e fiscale.

Solo in questo modo sarà possibile indirizzare le risorse dell’economia, incluse le risorse finanziarie, nella direzione desiderata.

di Marianna Capasso