Green economy e la strategia Ue: le opportunità per la meccanica

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Bruxelles ha varato un nuovo regolamento sulle materie prime necessarie per la transizione energetica e digitale. Obiettivo: aumentare l’indipendenza europea dall’estero, incentivando il riciclo e le nuove attività minerarie.

Lo scopo geopolitico è chiaro, ma raggiungerlo rischia di rivelarsi doloroso per chi arriverà impreparato all’appuntamento. La transizione energetica decisa dall’Unione europea, che punta a rispettare gli obiettivi climatici ribaditi all’ultima Conferenza sul clima (mantenere l’aumento della temperatura del pianeta al di sotto di un grado e mezzo rispetto al periodo pre industriale), ha un corollario ormai evidente a tutti: ad avvantaggiarsi della nuova rivoluzione industriale sarà soprattutto la Cina. Pechino controlla infatti larga parte dei processi di estrazione e raffinazione di un gran numero di materie prime che servono per trasformare l’industria mondiale, cioè per passare da un sistema energetico basato sui combustibili fossili a uno incentrato sulle fonti di energia rinnovabile. Di cosa si tratta? Di decine di elementi: dal litio al cobalto, dal rame alle cosiddette terre rare. Insomma, da ciò che sta alla base del processo produttivo necessario per costruire impianti eolici, pannelli fotovoltaici, batterie e tutto ciò che è necessario per la transizione energetica. Buona parte di questi materiali, considerati il petrolio del terzo millennio, non stanno infatti sotto il suolo europeo.

Il regolamento sulle “materie prime critiche”

Ecco perché lo scorso marzo la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha annunciato il Critical Raw Materials Act, il regolamento sulle “materie prime critiche”, definite così per la loro importanza economica e per il rischio di fornitura ad esse associato. Una scelta difensiva, mirata proprio ad arginare lo strapotere cinese, che per tante aziende italiane della meccanica potrebbe trasformarsi in una nuova possibilità.

Il nuovo regolamento proposto dalla Commissione fissa una serie di obiettivi – da raggiungere in modo volontario – che i 28 paesi dell’Ue dovrebbero conseguire entro il 2030 per le cosiddette materie prime “strategiche”. Denominatore comune: ridurre la dipendenza «da fornitori di paesi terzi che agiscono in regime di quasi monopolio», hanno detto i commissari europei Valdis Dombrovskis e Thierry Breton, responsabili del dossier. Nel dettaglio, gli obiettivi principali sono quattro. Un decimo delle cosiddette materie prime strategiche dovrà essere estratto all’interno dell’Ue (mentre oggi siamo circa al 3%). Almeno il 40% della lavorazione e raffinazione dei materiali dovrà essere effettuato all’interno del Vecchio Continente. Il 15% dei minerali strategici utilizzati dovrà essere riciclato. Infine, ma non per minore importanza: non più del 65% del consumo annuo europeo di ciascuna materia prima strategica dovrà provenire da un unico paese terzo. Prima della sua entrata in vigore, il regolamento proposto dalla Commissione dovrà essere discusso dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Ue; non è quindi escluso che alcuni dettagli possano essere modificati. Resta però un fatto: le linee guida sono tracciate. E aprono nuove prospettive per tutta l’industria europea. Il regolamento proposto dalla Commissione punta infatti ad aumentare l’estrazione e la lavorazione di materie prime all’interno dell’Ue e ad incrementarne il riciclo. Tutto questo avrà ricadute potenzialmente benefiche anche per il mondo della meccanica, impiegata sia nell’industria mineraria che in quella del riciclo delle materie prime.

Bruxelles ha sentito la necessità di varare una politica protezionistica nel settore perché dipende per più dell’80% dall’importazione di questi elementi. Vediamo allora quali sono con precisione le cosiddette materie prime strategiche e quali sono le loro principali applicazioni. Bismuto, boro, cobalto, rame, gallio, germanio, litio, magnesio, manganese, grafite naturale, nichel, platino, terre rare, silicio metallico, titanio, tungsteno: questa è la lista completa delle 16 materie prime strategiche stilata dalla Commissione europea.

Le applicazioni riguardano almeno tre settori considerati fondamentali dall’Ue, vale a dire quello delle rinnovabili, della mobilità elettrica e della difesa, ma sono importanti anche in altri comparti come quello digitale. Una panoramica più dettagliata degli impieghi di questi materiali l’ha fornita in un recente rapporto la Cassa depositi e prestiti (Cdp), il principale ente finanziario controllato dallo Stato italiano. Litio e cobalto sono ad esempio essenziali per la produzione di batterie agli ioni di litio usate nelle auto elettriche, ma anche per le celle a combustibile necessarie per l’energia elettrica pulita. “Le terre rare – si legge nello studio pubblicato da Cdp hanno una grande varietà di applicazioni grazie alle loro proprietà magnetiche: dall’aerospazio e la difesa alle energie rinnovabili, passando per dispositivi elettronici di largo consumo quali smartphone e televisori. Inoltre, vengono usate per la fibra ottica e soprattutto per i magneti permanenti che, a loro volta, sono suscettibili di applicazione nell’automotive, nella medicina e nelle rinnovabili”.

(Stefano Vergine)

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