Tanti modi per automatizzare la piegatura

Emiliano Corrieri

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Robot o non robot? Nelle numerose carpenterie metalliche che ho la fortuna di incontrare i pareri sull’automazione sono spesso molto discordanti.

Il primo distinguo da fare è fondamentale.

Esistono due modi di vestire i panni del lamierista: produrre per altri o produrre per sé.

Chi produce per altri, detto in gergo “terzista”, è un sarto che lavora su richiesta abiti talvolta estremamente differenti tra loro e spesso in pezzi unici o quasi.

Chi produce per sé, in genere ma non sempre, ha quantità più elevate, produzioni maggiormente standardizzate e, soprattutto, un maggiore controllo sulla progettazione.

Certo, la componente umana gioca sempre un ruolo fondamentale, ed è così che si incontrano aziende nelle quali gli uffici tecnici non hanno nessun interesse a modificare i propri prodotti che patiscono storici vizi di forma, imprecisioni quando non veri e propri difetti.

Per scarsa consapevolezza o per pigrizia.

Il terzista come prima cosa si chiede se ci sono i numeri

Quando un’azienda terzista valuta di automatizzare la piegatura spesso lo fa basandosi esclusivamente sulla quantità che giustifichi l’investimento.

È perfettamente comprensibile in quanto, oltre la spesa ingente, gli articoli dei propri clienti non sono stati pensati per essere automatizzati e quando ci si approccia al robot può capitare che ci sia sempre un motivo valido per cui il gripper non lo tiene, il controllo dell’angolo non riesce a leggere…

È un mondo difficile…

Nonostante ciò, grazie all’aumento della versatilità e della semplicità di utilizzo dei sistemi proposti oggi, timidamente i robot si stanno facendo sempre più strada presso le officine terziste.

Si fa presto a dire “robot”

Forse non tutti sanno che il termine “robot” deriva dalla parola ceca “robota” che indica generalmente “lavoro pesante”.

Nel tempo l’evoluzione tecnologica ha pensato e ripensato il sistema di automazione passando dai primi robot “cartesiani” – famosissimi e ancora molto diffusi gli “Antil” – che consistevano in bracci vincolati a delle robuste strutture di acciaio su cui alloggiavano le guide degli assi di scorrimento.

Un robot di questo tipo appare oggi rudimentale, lento, impreciso… eppure è un sistema che merita grande rispetto e che ha permesso (e permette tutt’ora) a moltissime aziende di produrre parti anche complesse e molto pesanti.

Con il tempo e le sperimentazioni in numerosi campi arrivano le prime applicazioni con i robot cosiddetti “antropomorfi“.

Per chi è a digiuno della materia, basti pensare alle immagini che mostrano le catene di montaggio delle automobili.

I bracci “antropomorfi” (che significa “dalla forma umana”) rappresentano ormai da decenni il concetto stesso di robot industriale.

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Davanti a una pressa piegatrice questi sistemi sono in grado di effettuare lavorazioni molto complesse con una costanza e una precisione davvero imbattibili.

La loro collocazione, a seconda della flessibilità e delle dimensioni dei pezzi da produrre può essere fissa al terreno oppure su una rotaia chiamata in gergo “settimo asse” e che permette in alcuni casi al robot di effettuare in autonomia il cambio degli utensili della macchina, il carico e lo scarico dell’articolo.

Gli abbinamenti che danno il turbo

Guardando ciò che oggigiorno possono offrire le tecnologie dei produttori vien da pensare che l’unico limite sia la fantasia!

Poco prima ho scritto di robot in grado di cambiare gli utensili della piegatrice in solitaria.

Ma… se ci fosse già un cambio utensili automatico?

Ecco, il robot verrebbe sgravato da questa operazione con il conseguente grande risparmio di tempo nelle fasi di set-up.

Ma non finisce qui!

Un altro abbinamento che reputo molto vantaggioso (quando non indispensabile) è quello tra un robot e la pressa dotata di controllo dell’angolo.

È un aspetto che molti trascurano, salvo accorgersi quanto sarebbe stato utile dotarsi di un accessorio come quello.

Il robot, per quanto affascinante, è… un perfetto idiota e “sbaglia sempre allo stesso modo!”

Quindi… immaginiamo lo scotto per l’operatore che deve trovare un lotto prodotto durante la notte di pezzi da riprendere o, peggio, da buttare.

Ovvio, il controllo dell’angolo non può risolvere tutti i casi, ma spesso può fare veramente la differenza!

E se i robot fossero più di uno?

Ebbene, dove è necessario alzare il livello della produttività oppure vi sia la necessità di automatizzare anche le fasi tra una macchina e l’altra è interessante valutare l’inserimento di due o più robot.

Uno lavora e gli altri movimentano in fase di carico, in fase di scarico o durante entrambe.

Ma se c’è il robot tra i piedi… come posso piegare a mano?

Ecco, un’altra ottima proposta di alcuni produttori è cercare di limitare la problematica di avere una cella troppo orientata all’automazione a discapito del suo utilizzo tradizionale.

È un peccato, d’altro canto, avere una pressa vincolata nell’uso e che non mi permetta di fare quel particolare singolo di cui non avrebbe nessun senso mettersi a programmare un robot.

Per questo, banalmente, si tende a preferire la corsia del settimo asse più bassa e compatta, calpestabile quando non (addirittura) a scomparsa!

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Esistono celle robotizzate dove la corsia è interrata e il robot a fine ciclo può coprire con appositi pannelli la buca.

Oppure sistemi scarrellabili che in alcuni casi permettono di spostare con un carrello elevatore il robot e la propria struttura quando l’operatore ha necessità di lavorare manualmente.

Ma addirittura sistemi a dir poco rivoluzionari che permettono di traslare la pressa lateralmente cambiando configurazione in meno di un minuto.

Ciò va a tutto vantaggio nella fase di azzeramento che necessita sempre della giusta attenzione quando il robot dovrà essere posto di nuovo davanti alla macchina.

Va da sé che la soluzione della macchina “scorrevole” ha dalla sua il limite rappresentato dalla grandezza della macchina stessa che non può superare una certa soglia.

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