Un rouging di classe 3 a freddo

Per quanto nella percezione comune gli acciai inossidabili siano considerati il “simbolo” stesso dell’immunità alle aggressioni chimiche e ambientali, nella realtà anche questi materiali possono essere oggetto di alterazioni superficiali, alterazioni che a loro volta possono essere semplicemente estetiche o, al contrario, essere il sintomo di processi di corrosione distruttiva. In ambito farmaceutico e alimentare, il complesso di questi fenomeni viene solitamente raggruppato sotto l’indicazione generale di “rouging”.

Riconoscere il rouging

Normalmente vengono individuate 3 diverse tipologie di rouging, identificate come classe I, classe II e classe III: tra queste la classe III copre i fenomeni di formazione di ossidi brunastri fortemente aderenti, ossidi che vengono collegati all’esposizione con vapore ad alta temperatura.

In questo breve articolo andremo invece a illustrare come tale fenomeno possa avvenire anche a temperatura ambiente e comunque in assenza di vapore acqueo, a cui normalmente vengono ricondotti questi fenomeni.

La conoscenza dell’evento, e soprattutto la possibilità di individuarlo in modo affidabile, può risultare di fondamentale importanza per evitare di procedere inutilmente a costosi (e invasivi) processi di elettro-lucidatura e ri-passivazione.

L’inossidabilità degli acciai in breve

All’interno della grande famiglia delle leghe ferro – carbonio si definiscono acciai inossidabili quelle leghe caratterizzate da un tenore di cromo sufficiente a formare spontaneamente uno strato superficiale protettivo di ossido di cromo in grado di inibire la successiva diffusione dell’ossigeno verso il materiale di base. Affinchè questo avvenga è necessaria la presenza di un tenore di cromo nominalmente non inferiore al 10,5%, valore che in pratica sale almeno fino al 12%, per raggiungere anche punte nell’ordine del 30%.

 

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